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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

CANDY CRUSH SAGA.

settembre 27th, 2013

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La mia maglietta preferita è anche la più economica e quindi, dopo una serie di lavaggi, ha finito per svasarsi sui fianchi. Ora potrebbe calzare a pennello ad una tizia senza tette ma con certi fianchi fuori forma da nascondere: il fisico a pera va benone per le nature morte.
A proposito di perire e imperizia, Linda non sembra aver apprezzato molto la lectio magistralis che le ho tenuto al primo appuntamento, sulla sostanziale non differenza tra la componente economica presente nell’atto della prostituzione e quella sottoscritta e perpetrata con il contratto matrimoniale. Concetto che, secondo me, lasciando stare i sentimentalismi, dal punto di vista logico ed esistenziale, non fa una piega. Mi ha guardato con la stessa espressione che si ha al mattino davanti allo specchio dopo una nottata di sogni pesanti ed inverosimili, tra licantropi metallici, parenti prossimi sgozzati con rimpianto e francese parlato come madrelingua: cispa sugli occhi ed incomprensione.
Sono arrivata, mi ha detto.
Ed in effetti eravamo nello stesso punto in cui la avevo prelevata un’ora e trentasette minuti prima. Una cedrata Tassoni, un Talisker, il parcheggio nella piazzola carico e scarico dopo le venti, i tigli che odoravano di gente bagnata al riparo sotto le pensiline, l’andata e il ritorno. Il primo appuntamento più veloce della storia.
Allora ciao e grazie.
Le ho guardato dentro la scollatura mentre si chinava per sorridermi, da fuori, attraverso il finestrino chiuso: nessuna traccia della generosità che avevo notato sulla foto tre di quattro del suo profilo su Ugoh. Male, considerato che era stato il motivo principale d’attrazione assieme al quadro di Bruegel Il Vecchio che stava sullo sfondo della foto due. Evidentemente il giorno dello scatto aveva indossato le celebri – coppe in silicone per un décolleté attira sguardi – degli Introvabili Euronova. E forse anche lei compra le riproduzioni dei quadri in stampa economica da Allposters.
La vita è fertile di trucchi per affrontarsi fra partecipanti e di prodotti di bellezza per lenire il peso del senso di incompiuto. Sono gli aiuti concessi dall’Organizzazione.
Linda ha questa bocca annoiata da pesce d’acquario, gli angoli esterni deformati verso il basso da una serie continua di abboccamenti e rilasci, chilometri e chilometri di nulla percorsi e ogni cinquanta centimetri una curva a gomito per evitare di andare a sbattere contro il faccione deformato che osserva al di là del vetro. La stessa espressione dell’icona “triste”, quella classica, non animata, che nemmeno sbatte gli occhi per tentarti alla tenerezza.
Linda, ma se ti pratico del sesso orale?
Linda ha parlato veramente poco: ho questa tendenza a digredire su fatti miei anche personali per la quale dovrei consultare qualche terapeuta, ma, nel frattempo, non che lei abbia fatto qualcosa per interrompermi, nemmeno una cazzo di osservazione sul meteo, un cenno del tipo, sto fingendo di ascoltarti ma in realtà sto pensando dove posizionare il centro tavola a punto e croce che la vicina ha regalato a mia madre. Nulla. Ha continuato a togliere, verificare e rimettere nella borsetta con cadenza ossessivo compulsiva il maledetto cellulare. Ma chi vuoi che ti scriva! Alla fine, nel mentre annusavo il bicchiere vuoto cercando negli ultimi profumi delle torbose terre di Scozia un varco spaziotemporale per teletrasportarmici, lei ha finalmente attivato l’uso del linguaggio: a te piace Biagio Antonacci?
L’ho guardata con la stessa espressione che si ha al mattino davanti allo specchio dopo una nottata di sogni pesanti ed inverosimili, tra licantropi metallici, parenti prossimi sgozzati con rimpianto e francese parlato come madrelingua: turbato.
Una domanda a tranello: la ragazza era forse più sagace di quel che facesse credere? Ho preso tempo. Ho portato nuovamente il bicchiere alla bocca, rovesciando la testa all’indietro per far cadere in gola l’ultima goccia che in realtà non c’era. Dannata evaporazione. Ho pensato. Dichiararsi in possesso di tutta la discografia in originale e con le copertine autografate non avrebbe aperto le cosce nemmeno della miglior ninfomane. Così ho detto quasi la verità: ricordo qualche pezzo di inizio carriera, quando si vestiva sempre con la camicia aperta bianchissima e si sbatteva la figlia di Gianni Morandi. Forse sbattersi è un termine più adatto a personaggi tipo, un Iggy Pop, ecco, ho poi precisato. Non ha colto l’ironia.
E’ il mio cantante preferito, ha detto.
Poi silenzio. Rumori pre notturni di zona a traffico limitato esclusi gli autorizzati. Ho guardato per un po’ il via vai sul perimetro del giardinetto esterno del locale che sembrava essere costituito esclusivamente da ventenni universitari con l’aria di sinistra comprata in stock da Oviesse. Tre tizi con la barba curata, i capelli in disordine e i pantaloni a sigaretta si sono fermati sotto un portone e dopo qualche minuto un tizio con la testa piena di capelli ricci e gli occhiali da secchione miope si è affacciato alla finestra del primo piano urlando, arrivo porcoddio.
Evidentemente era uno degli autorizzati.
Mi sono ricordato di Linda quando l’ho vista stringersi il golfino sulle spalle.
Andiamo? le ho chiesto.
Nell’uscire dal locale ho inciampato con il piede sinistro nella gamba di uno dei tavolini, sollevandolo da terra ma riuscendo nell’impresa di non far cadere nulla. Metà del locale sì è voltato ad osservare. Ho fatto la mossa di chi si deterge il sudore dalla fronte dopo una botta di culo: Linda non mi sembrava ferrata sugli atti involontari quindi non mi è sembrato necessario precisare di quel cd originale di Antonacci che avevo comprato nel 1992.

Pesce Secondo Luca.

maggio 10th, 2012

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Passo la mia attuale vita impiegatizia al telefono, nel demotivante compito, affidatomi per tacita procura, di tenere buoni i creditori aziendali. Nell’occasione, ascolto la mia voce appositamente pacata ma ancora ricca di cadenza, nell’eco delle cabine a gettoni, degli uffici col mobilio all’asta, dei Suv con le rate scadute. Mi trovo meno fastidioso di un tempo, ma per la voce cupa e graffiante che desidererei ho avuto decisamente troppe poche dipendenze.
Il resto del tempo lo investo cercando di rientrare col debito affettivo accumulato, prima che la moneta vada definitivamente fuori corso, prima che sia io ad essere soppiantato dal dollaro zimbabwiano. I risultati sono a dir poco sconfortanti e i continui bocconi amari serrano il nodo alla gola come in un continuo remake dell’opera originale del 1948. Se fossi proprietario di un felino e di un pesciolino rosso, in questi ultimi giorni sarebbero sicuramente morti. Ho quella presenza lì, di uno che ha perso un affetto non bipede, almeno ai miei occhi, anche se ormai troppo miopi e abitudinari nel giudicarmi. Ma ho pulito la specchiera col Vetril dai puntini del dentifricio senza lasciare nemmeno un alone, cosicché mi vedo, nitido, certo, radiografato, vistato a lutto. Agli sguardi altrui non saprei: ti alleni così tanto a fingere e a mimetizzarti con lo sfondo che disimpari la tua versione originale e la percezione della realtà. So di non sapere e di non aver fatto una copia della chiave. A forza di tingerti di beige finisce che la gente si rende conto che è un colore privo di qualsiasi chakra, vìola il divieto di affissione e ti riempie di puntine da disegno e colla spray. Forse è esattamente così che sta funzionando, forse a forza di simulare normalità e benessere hai finito per stomacare perfino Inzaghi. Finirai anche per essere tanti inutili orgasmini, espressi battendo le palpebre a dispetto del partner tutto intento a controllare l’attività delle tue dita dei piedi.
Non sono mai stato particolarmente fortunato coi pesci rossi. Probabilmente si partiva già con il piede sbagliato: un intero fine settimana a farsi prendere a pallate al luna park da mocciosi pieni di amorevoli propositi di cura, per essere infine comprati in contanti da padri compassionevoli e a loro volta privi di capacità balistiche. Così sono sempre durati davvero poco: il tempo dell’ascesa ai monti, mille curve e manco una spiaggia, un tramonto, due figliole in costume. Il tempo dell’allestimento della boccia con quattro sassi di fortuna e della prima notte. Quanto basta per decidere di farla finita, gentili assai da non lasciarti il tempo dell’affezione e del conseguente e lacrimoso senso di perdita.
Solo il pesce Secondo Luca è durato ad oltranza, perché non era un comunista mangia mangime ma un salmerino di lago, svezzato e forgiato all’esistenza nelle acque profonde e gelide di un laghetto di montagna e catturato nell’unico momento di distrazione, in una pozza vicino alla riva, durante la bassa marea. Il pesce Secondo Luca veniva dal lago Santo, aveva di conseguenza un manto bianco panna patinato come quello del papa nelle feste grosse, era lungo e affusolato e ovviamente ben contento di stare in una casa dove la domenica si guardava la messa alla televisione: quella ufficiale della Rai, mica quelle di Rete Quattro girate a Poggibonsi o a Montetocco degli Abruzzi. Ha vissuto così per un numero enne d’anni, bighellonando dentro la boccia come un gesù prima dei trenta, la sua vita da morigerato pesce credente, tutto osservanza e buonismo, fino al martirio finale. Sì, perché un certo giorno, lo stesso uomo che lo aveva raccolto nel palmo della mano dalle fresche acque del lago, forse a causa di un ictus in più, forse per semplice disattenzione, lo ha infine lessato inavvertitamente, in un acquario riempito d’acqua calda, come la più fresca delle aragoste nel più rinomato ristorante di pesce. Secondo Luca è rimasto per un paio di giorni a filo della superficie, inclinato su un fianco come una Costa Concordia, boccheggiando in girotondo lento, trasportato da non si sa quale corrente, senza la possibilità di deriva. Non ricordo come prendemmo l’evento, forse era già subentrata la disaffezione, forse non si capiva che intenzioni avesse e sembrava indecoroso sbilanciarsi. Date le sue origini forse speravamo in una miracolosa guarigione, ma non fu così. Non sono mai stato particolarmente fortunato coi pesci e neanche con gli altri segni: a Secondo Luca, qualcuno, infine, considerato il suo elemento naturale, diede degna sepoltura nel cesso.

Oj, faaan-ciul-laaa! Ooooj!

maggio 6th, 2012

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La popolazione trovò lavoro, guadagni e sicurezza, e questo bastò perché la vita, la vita esteriore, anche là procedesse “lungo il cammino del perfezionamento e del progresso”.
Tutto il resto rimase compresso in quell’oscuro fondo della coscienza dove vivono e fermentano i sentimenti fondamentali e le indistruttibili persuasioni delle singole razze, fedi e caste, sentimenti e persuasioni che, apparentemente morti e seppelliti, preparano per successivi, lontani tempi, inaudite metamorfosi e catastrofi, senza le quali, a quanto pare, non possono esistere i popoli, e questa terra in particolare.

Ivo Andric – Il ponte sulla Drina (1945)

Lithium.

aprile 17th, 2012

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Il problema degli sbalzi d’umore è che i picchi durano veramente troppo poco. C’è sempre qualcuno o un qualche accadimento o una qualche precedente mal interpretazione che ti riporta con i piedi per terra: Andrea Ti Amo era dedicato ad una ragazza di origini tedesche, ci dispiace. E’ più o meno la stessa maligna cattiveria del fumettista che fa finire i canyon sotto i piedi del coyote, ogni volta un’ennesima puntata senza lieto fine e una roccia in testa. V’è da dire che questi picchi son davvero bazzecole, rampette del garage che scavalchi senza cambiare corona e con lo slancio di un buon sonno e di una ricca colazione appena in circolo, ma sufficienti per farti sentire un Pantani a Pampeago, con l’ematocrito a sessanta, magari senza bandana perché noi si ha buon gusto, la Finanza lontana e  il pubblico in delirio. Sono momenti, sveltine in sogno, finiscono al risveglio come si confà alle illusioni, o verso sera, quando nelle allusioni, col calare della notte, non ci vedi più nulla. L’ottimismo è proprio un male incurabile, gli puoi grattare fra le orecchie sperando di farlo stare a cuccia il più a lungo possibile, gli puoi lisciare il pelo, puoi fingere di essere morto come con gli orsi, ma niente, prima o poi si tirerà in piedi e prenderà a guaire, a fare zapping, a fingere la tosse secca, finché per sfinimento non lo uscirai a pisciare faggi e pioppi e ad annusare il sedere alle amichette.  E’ assai irritante prendere atto di come ci si lasci abbindolare per un nonnulla di questi tempi, nonostante Nietzsche ti ammonisca ogni mattina prima di uscire col suo baffo severo e l’indice drizzato a raccomandarsi, nonostante tu di cani non ne abbia, perché ti graffierebbero il parquet. Non se ne può fare a meno di un po’ di attenzioni, fiori e opere di bene, anche perché gli abbracci sono tutti spezzati dentro al pacchetto, anche perché sulla confezione un sommo poeta ha scritto “non si è mai capito se fu il cioccolato ad abbracciare la panna, o viceversa”. Peccato la gente sia prodiga di promesse e soprattutto di premesse ultimamente, non faccio che leggere incipit o “con un saggio introduttivo di”, ma poi, dopo la pagina bianca con i ringraziamenti in corsivo allineati a destra e una citazione di uno scrittore ebreo, non c’è più nulla, solo lo stesso mattone che i truffatori pugliesi dell’autogrill mettevano nella scatola del videoregistratore venduto a meta prezzo, negli anni novanta. Perseverando, potrei iniziare a pensare ad una sopraelevazione.

Sceneggiature.

marzo 23rd, 2012

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Quando uscivo con Audrey Hepburn mi annoiavo mica poco. Troppa bellezza canonica, robe tipo la ceramica e il vetro soffiato, nessun spigolo vivo, nessuna imperfezione, solo il continuo senso di imminente fragilità. Per uno di montagna abituato a pietra lavica e legno era decisamente troppo. Ti aspetti sempre di ritrovarti fra indice e pollice il manico della tazzina e sulle ginocchia i fondi del caffè da leggere, quando frequenti una come la Audrey. Me la guardavano tutti quando si andava in centro, risaltante com’era con quei completi al ginocchio, bianchi o pastello e quell’illuminazione da teatro di posa che le restava addosso a prescindere, chissà da dove e chissà da quando, forse, pensavo, la luce di quando vieni al mondo e esci di testa anziché di piede. Non le davo mica la mano mentre si passeggiava, parlavo e parlavo guardando avanti e in giro, le stavo ad un metro scarso, sempre un passo avanti. Le buttavo un occhio ogni dieci passi per vedere che cosa avesse per la mente, per capire chi fosse in quel dato momento. Così, come si guarda uno che si sta superando nel traffico, mettevo a seconda dei casi uno sguardo dalle sopracciglia aggrottate o una faccia ruffiana alla Belmondo; quanto si usa in genere con i tassisti nevrotici e con con le segretarie d’azienda. La Audrey mica si sapeva se ti stesse ascoltando: canticchiava continuamente, seguiva con lo sguardo ipotetici calabroni e farfalle e non so quali cinguettanti volatili librarsi nell’aria. Anche quando non se ne vedeva l’ombra, gaudente come una seienne al reparto bambole, dondolava quella sua borsetta ed era contenta così. L’incoscienza assoluta di essere peribile. Francamente per i gusti del sottoscritto mancava di un certo spessore: al di là di quanto era in effetti, magra all’osso.
Era successo così che mi mettessi a fare un certo filo alla tizia che lavorava da Stefania; l’addetta alle torte. Lodovica centellinava le parole ma aumentava di colazione in colazione la larghezza delle fette. Tornavo al bancone quante più volte possibile, con frasi studiate o con il più consono qualunquismo del cliente. Niente, era sfuggevole come una ciliegina caramellata alla forchetta a tre denti. La rincorrevo sopra il piattino e lungo il tavolino e fin dentro una qualche scollatura. E a quel punto lei era già filata via, verso un altro cliente, dentro il laboratorio, schiaffeggiata sulle natiche dalle porte a spinta gialle con gli oblò. Aveva delle belle gambe, portava i tacchi e un anello all’anulare. Le relazioni dalla rapida soluzione iniziale mi hanno sempre tendenzialmente insospettito, quelle impossibilitate al decollo tendenzialmente attratto. In entrambi i casi vigono aspetti non conosciuti, per noncuranza o per certa volontà, che prima o poi presentano il salatissimo saldo. Lodovica sembrava sapere il fatto suo, altera, distaccata, cenni di ironia beffarda e noncuranza. Come impegnata dentro un passatempo che non ci si è cercati accuratamente ma scelto per svogliatezza, solo uno sbadiglio in meno garantito rispetto all’ozio medio del non farlo, sempre con la sensazione di poter mollare tutto senza neanche un sospiro finale prima del tasto cancella.  Questo mi pareva, al di là delle possibili complicazioni e dei tentennamenti dati dallo stato civile, al di là di improvvisi slanci di materna disponibilità.
Un giorno Lodovica mi ha telefonato.
In campo ciclistico, fare l’elastico, negli inseguimenti alla persona in fuga, è una tecnica estremamente rappresentativa dell’ essere terreno medio: essere in perenne bilico fra l’arrendersi e il tentare l’impresa. Negli sbalzi emotivi ed umorali dati dal veder avvicinare e poi allontanare e poi avvicinare e poi allontanare l’obiettivo, in mancanza all’orizzonte di uno scollinamento o di un traguardo salvifici od interruttori, fu solo per quella fragranza di torta di mele che rimaneva sul collo di Lodovica, che nelle mattine dispari non volli trovare dei seri motivi per desistere.

Umberto Tozzi aveva ragione.

marzo 2nd, 2012

A livello personale c’è una cosa assai peggiore del vedere, ad esempio, il prematuro autunno dei tuoi capelli o l’improvvisa gravidanza della tua pancia dopo una sola birra. E’ la perdita della capacità di attirare e mantenere l’attenzione delle persone. Tecnicamente e socialmente, potrebbe essere un problema del tutto irrilevante dal punto di vista individuale, se come la gran maggioranza dei trentenni e qualcosa del paesone, tu avessi preso moglie da tempo immemore e già ti ritrovassi in casa, figli che fanno le impennate col motorino o passano sospette mezz’ore in bagno a cercare sneakers colorate sul Postalmarket.
Che ti frega di dover accalappiare nuove ed interessanti conoscenze quando la mucca della Milka ti sta  ruminando da anni e non senti alcun fastidio per potertene accorgere?
E’ l’ultima cosa a cui pensi: evitarti il fastidio di vedere qualcuno di cui non sai le coordinate gps, è il massimo che ti possa capitare. Magari tifa Inter ed ha l’obiettività tipica di uno juventino. E’ anche impagabile non dover sentire tua moglie dire “Quella stronza mi ha passato allo scanner da testa a piedi.”  Al paesone l’eventuale  insorgere di incontrollabili esigenze di ritinteggiatura degli interni, si risolve con un altro figlio o abbonandosi a Sky. Ultimamente c’è gente che si è messa a fare il footing e questo è davvero un grande passo avanti, a parte quando si mettono a correre tutti vestiti in nero, di notte sulla statale. (Per la suddivisione dello sforzo intellettivo su due funzioni contemporanee ci stiamo organizzando.)
Se sei un tipo esigente che ha delle pretese nei confronti dalla vitaccia,  – un pretendere un certo ritorno a fronte del continuo dare, –  tutto quanto sopra va naturalmente a remengo. La zitella over quaranta che ai tempi si impalmò il mio miglior amico non ancora trentenne, un giorno mi disse: dovresti imparare ad accontentarti. Mi sono sempre chiesto che cosa abbia fatto lei fino a quel giorno, ma evitai di farglielo notare.
Il baffuto Friedrich diceva: ok, è evidente non ci sia questo granché di scopo, e quindi viviamola al massimo. Bè,  – il massimo –  è dell’evidente sarcasmo niceliano, ma quel che conta è il concetto. Mi pare indiscutibile che al di là dell’impegno personale, una buona parte della riuscita dell’impresa possa essere data dal rapporto di collaborazione ed interazione con le persone con cui scegliamo di circondarci. Peccato le persone non paiano essere molto propense alla condivisione ultimamente, se non di qualche nota di facebook parecchio divertente.
Umberto Tozzi aveva ragione. Siamo gente di mare, che se ne va.
Un popolo di ipotetici santi e marinai, tutti in chiesa alla domenica mattina e il resto dei giorni su sette banchine diverse, per non farci ritrovare dall’illusa di turno, per non rischiare malattie veneree sempre dalla stessa signora. E’ un po’ così, questa nuova epoca dei social a larga banda, credi di essere non peggiorato, maturato se non altro nella tecnica, sgamato  e più consapevole (anche del fallimento). E invece niente, è come fare l’autostop durante il gran premio di Monza, al massimo ti raccoglie il netturbino al lunedì all’alba, con i capelli scompigliati dallo spostamento d’aria e il pollice non più eretto. Non riesco ad andare oltre la seconda mail, oltre i quattro mi piace, oltre un commento che pareva brillante ed invece è più fuori tema di un compito di italiano di seconda liceo, in cui hai confuso Il Leopardi con un felino. Le persone non si fermano ed è indifferente se sia il disinteresse, l’essere in overdose o la ricchezza di proposte del mercato libero. La ricerca della risposta ti aiuta solo ad occupare il tempo che non hai avuto la possibilità di spendere diversamente. Ti senti un po’ come una prostituta a fine carriera, impossibilitata a vendersi ancora, ma imparata a fare solo quello. E’ un Viale del Tramonto al contrario, un remake senza bianco e nero e gran scalinata, in cui, come una moderna Norma Desmond, ti tocca prendertela con il nuovo che avanza, il passaggio-ritorno dal parlato, al film muto.

Un po’ me, un po’ Padre Pio, un po’ Bartali.

febbraio 3rd, 2012

Sanguino da cinque giorni: dal naso. Il riscaldamento globale del mio appartamento mi sta ammazzando, l’umidificatore di notte russa e borbotta e di conseguenza finisco sempre per spegnerlo appena parcheggio Dostoevskij sul comodino. La posizione orizzontale notturna che rimette a nuovo i più, non mi è per nulla salutare. Forse basterebbe semplicemente smetterla con vezzo di dormire nudo e spegnere il riscaldamento. Con un bel pigiamone di flanella sarei anche più pronto in caso di terremoto: tipo che non dovrei passare le mezz’ore davanti all’armadio a scegliere la maglietta più figa per la fuga. Questa no, questa no, questa no. Ma tanto mica sono sopra la faglia di Sant’Andrea, c’è tempo anche per controllare il destro e sinistro dei calzini e mettere un po’ di cremina. Quando non attraversi un gran periodo il conforto può arrivare dal  sapere che c’è qualcuno che se la passa sui tuoi livelli, meglio ancora se peggio. Negli anni addietro in genere la cosa ha spesso funzionato: essere il meno sfigato può equivalere ad essere il migliore una volta che l’arte di accontentarsi ti ha contagiato. E adagiarsi è un riflesso incondizionato, una necessità come il dormire, la fregatura post cavernicola dell’abituarsi facilmente al più, dalla mediocrità in su. Sfortunatamente capita che la ruota della sorte giri senza condizione di senno e di equità: ne deriva che in questo periodo tocchi a me la maglia nera del giro d’Italia: una qualche ora di ritardo, dietro di me solo l’ambulanza, le scritte “W Pantani” che sbiadiscono sull’asfalto e i tifosi veneti che sbaraccano i camper e i vuoti del frizzantino.  L’amico Zucchino, che una volta mi avrebbe passato la borraccia, adesso vive il suo momento di gloria in cima allo Stelvio e da qualche tornante più in alto non perde l’occasione per farmi presente le sue fortune, prettamente sessuali. Ho provato a controbattere facendo leva sulle mie doti creative, ma fra maschi, non frega a nessuno se stai ricavando una lampada da un casco da parrucchiera, conta se ti sei fatto prima la parrucchiera. Gregari del cazzo.

Ciobar, orgoglio e budino.

gennaio 18th, 2012

Qui pare proprio che notizie ed eventi recenti stiano cercando di prendermi per demoralizzazione. Vi dirò una cosa: ci riescono senza particolare sforzo. Zucchino mi ha piantato solo nel pub con Sbuffo per un buon venti minuti per andare a farsi fare un pompino dalla sua amichetta, Florina, la ragazza dalle dubbie origini. In macchina nel parcheggio, suppongo. Quando torna, mi fa ben presente due volte che deve andare in bagno a sistemarsi. Florina ha il tipico buongusto delle tipe dell’est, vestiti di marca sgargianti e dai grandi loghi, trucco pesante, e intimo da bordello di serie C ben in vista. Mi ha detto che sono troppo magro e mentre guardavo il rotolone dei suoi fianchi che trabordava dalla maglietta di nylon nero e dalla felpa Baci e Abbracci, le ho dato ragione: sono effettivamente tre chili sotto il peso forma.
Rimanere soli con Sbuffo è come trovarsi in macchina a riaccompagnare la ragazza con la quale hai appena rotto: gelo ed interminabili silenzi e voglia di una pattuglia con l’alcoltest che ti ritiri anche i calzini. Sbuffo è campione mondiale di scontrosità da svariati anni, più o meno da quando la dieta del finocchio bollito e il fanatismo da maratoneta gli hanno fatto perdere i sessanta chili di troppo ma anche il buonumore tipico dei ciccioni. Mariagrazia, la ragazza lavatrice sua prima e unica fidanzata, l’anno scorso è resistita tre mesi e poi se ne è tornata rapidamente nella Capitale, a cercare nell’internet altri uomini, possibilmente migliori e mi auguro, al suo pari, bonariamente sovrappeso. A quanto pare, per farla acclimatare ed inserire nel solare Trentino, Sbuffo la abbandonava interminabili sere a casa con la madre per correre ad allenarsi. Raramente, preso da gran galanteria, la usciva nelle più evitate pizzerie dei sobborghi.
Donne, è arrivato l’arrotino dei vostri peggiori incubi!
Eppure a quanto pare, la fortuna ha immediatamente ripreso a sorridere a Sbuffo. E si vede che se lo è meritato, mi vien da pensare, mentre bestemmio l’ingiustizia! Sua Scontrosità ci svela aver rimorchiato nell’ultima settimana, una tizia dalle lunghe leve al reparto bricolage dei grandi magazzini  e una sorta di ninfomane in una qualche chat locale.
Troppa grazia ed invidia puttana!
La tizia dalle lunghe leve che lo mette in soggezione per via del metro e ottanta di cosce tornite, lo ha approcciato con la scusa di una dritta su una mensola, e tempo qualche giorno, tra caffè e cene a casa di lei, pare abbiano già pianificato una gita pasquale. Tenerelli! Io e Zucchino ci siamo guardati pensando che la vita è indiscutibilmente iniqua. La ninfomane dal canto suo, pare che dopo aver professato la sua passione per il sesso ad oltranza, si sia inviperita per via dei riferimenti alla necessità del sentimento da parte di Sbuffo. Così oltraggiata nei suoi valori è scomparsa, salvo poi, dopo due giorni, tornare pentita e autofustigata, con tanto di scuse e di mi sei mancato. Io e Zucchino ci siamo guardati pensando che la vita è indiscutibilmente priva di senno. Sbuffo, evidentemente anabolizzato dalla grazia del periodo, ci dice aver fatto il sostenuto e il distaccato, attizzando i nostri insulti interiori.
Io, che non ricevo un messaggio da una ragazza dall’ultima fioritura e che quando entro in piscina, invece di dividere le acque, faccio misteriosamente uscire tutte le ragazze dalle corsie, io, preso in mezzo alle  smargiassàte e alle vacche grasse di questi due ex verginelli, , bè, come dire, devo per lo meno dar fondo a tutta la mia razionalità per non iniziare a credere in qualche ritorsione divina o soprannaturale nei miei confronti, e rimanere, saldo per quanto possibile.
Passo le giornate ad osservare il pallino  – verde attivo –  della chat di Claudia, cercando di indurlo a parlarmi con la forza della mente o di scrutarlo come una sfera magica capace di ogni risposta. Ma non diventa trasparente manco a passarci il Vetril e non c’è segnale, manco la Rai. Lo fisso da mesi ogni qual volta è connessa ma niente: solo se lo prendo fra le dita, lo agito e lo rigiro, allora inizia a cadere la neve sopra le montagne, e allora è ancora peggio. Le montagne sono la mia rovina perché quasi tutti i ricordi delle picche che Claudia mi ha rifilato nel tempo, sono legati alle montagne. Anche tutte le ipotizzate avventure da farsi insieme e mai realizzate che mi sono state proposte con entusiasmo e cadenza ciclica ad ogni riapparire, erano in gran parte legate alle maledette montagne.
Fossi nato a Bibione cazzo!
Non so spiegarmi quali corde abbia toccato Claudia per rendersi così indelebile e perdonabile, sopra i pacchi dell’ultimo minuto, le mancate risposte, le scuse bizzarre, sopra il terribile Ti Stimo di un messaggio di capodanno, sopra l’evidenza di un interesse appena accennato e dovuto per via di un innato buonismo e di una disponibilità cronica. Semplicemente, le persone interessanti si stanno rarefacendo e quando entrano nel tuo campo d’azione, se hai ancora la sensibilità di riconoscerle, l’istinto dice di provare ad intercettarle. E’ una sorta di pionierismo, una corsa all’ultimo oro del Klondike. Il problema di base è che l’oro continua a interessare a tutti. Io in genere mi rendo conto e prendo conferma dell’importanza di una ragazza quando non riesco ad affrontare l’argomento del suo stato sentimentale e a farci le fantasie sconce: succede così raramente che potrebbe farsi legge matematica, da tanto è garantito. Chissà che ne direbbe Sigmundo.
Ho dismesso le comunicazioni con Claudia da un tot di tempo, arreso con un tempismo comunque tardivo al suo essere irraggiungibile sotto qualsiasi forma ed intensità, e votato alla salvaguardia della mia sanità emotiva. Il silenzio è indubbiamente spesso fragoroso ma mai preferibile alle potenzialità del linguaggio. In questo caso si sta rivelando pure del tutto privo di scopo, in quanto ad ogni sguardo, non vi sono che orizzonti frastagliati a suggerire. L’unico che non suggerisce è il pallino verde, che si guarda bene dal darmi una direttrice che sia una. Ma una Nastas’ja Filippovna prima o poi ci tocca a tutti, forse in ultima pagina Dostoevskij caccerà una dritta. Vivessi a Bibione, certo forse risolverei qualche problema di orizzonte perlomeno. Forse mi ci farò portare da Zucchino.
Zucchino adesso che gli gira bene a figa dopo un trentennio di carestia, non si può esimere dal farlo sapere al mondo, non risparmiandosi in dettagli e ingigantendo in proporzioni e qualità, qualsiasi accadimento. Ormai si è nominato a mio nume tutelare e maestro di vita in campo di donne: io mi posso limitare solo a correggere la sua postura e la sua tecnica nel gioco delle freccette, e dato che non accenna a nessun miglioramento, a stracciarlo quasi regolarmente, prendendomi delle misere rivincite. Mi dice cose tipo,  – “è impegnativo averne tre per le mani” – , oppure, – “bisogna essere irriverenti, buttare sempre lì la battutina”. E ancora, – “guarda che le donne, vogliono quello che vogliamo noi”. Ma soprattutto, – “Ah ieri, siamo andati a fare un giro. L’ho scopata tre volte: una all’andata e una al ritorno”.
E a me francamente continuano a non tornare i conti.

My friend, Adriano Pappalardo.

gennaio 12th, 2012

Dato che non sono per nulla orgoglioso, avevo smesso di scrivere dopo la sonora stroncatura dell’ultima mia fatica letteraria. Il ciclo della vita ha di buono la capacità di trovare sempre la maniera più o meno velata di farti capire che la direzione non è esattamente quella corretta. Se costruisci troppo vicino ad un fiume, a volte è un inondazione, se frequenti un corso di scrittura, è sempre un intellettuale di sinistra. L’importante è farsi capire. Ma siccome non sono per nulla orgoglioso, ma bensì dell’ariete, causa ed effetto non possono che essere additati alla costellazione, scagionando le giacche di tweed e i loro portatori. Siamo creativi, con gran capo ma senza coda. Non portiamo a compimento una beata madonna,  siamo come degli alpinisti impegnati ad aprire nuove vie verso la vetta, ma che a metà parete si buttano di sotto. Ho cercato più volte di dare una motivazione a questo comportamento e l’idea più plausibile a cui sono arrivato è di una sorta di menefreghismo, di noncuranza, verso l’arrivismo e la realizzazione. E’ come se  ci si accontentasse della soddisfazione provata ed accumulata nel sapere di poter fare  quella determinata cosa, ma senza la necessità di dimostrare a qualcuno e a se stessi, quanto si possa essere capaci e performanti nel suo completo compimento.
Molto più probabilmente, sono inguaribilmente esistenzialista.
Quando la vita da il meglio di se per deprimerti, hai due scelte: o vai in un locale trendy a fare un aperitivo, o per una volta, prendi l’occasione per un po’ di riposo e ti lasci travolgere. Abbassare la serranda, mettere lo spirito in folle, staccare la spina, finire sul fondo e resistere sul fondo. Escludersi è il modo migliore per escludere e snellire la procedura, trovarsi soli con se stessi al solstizio d’estate è la tecnica infallibile per testare la propria qualità.
Ho chiuso con un sacco di gente con la soluzione inodore del silenzio.
E’ incredibile come affetti e conoscenze si disperdano nell’ambiente appena smetti di segnalare la tua presenza. Areate il soggiorno e soggiornatevi.
Resistete alle tentazioni del deserto.
Ad esperimento finito, vi rimetterete in moto più preparati, con un bagaglio più leggero, dell’amaro in bocca e qualche quesito.  Se eravate fari nella nebbia o allarmi nella notte non vi è dato di sapere. Eravate utili, piacevoli, abitudine, fastidio? Per la scena finale cambia poco, al massimo solo la tonalità dell’ultimo sospiro emesso. Ai fini dell’amor proprio, forse è meglio non sapere. Spingete pure la mano sul fondo della vostra cassetta postale, controllate fra la spam, richiamate il numero sconosciuto. Ma non vi avrà cercato nessuno.

UNO A ZERO.

dicembre 17th, 2010

E’ morta la mia vicina di casa. Quaranta, quaranta e qualcosa. Troppo giovane o anziana quanto basta, a voi il giudizio. Per quanto mi riguarda, io, che ne ho frequente le tasche piene, adesso, a quell’età suppongo di poter essere, diciamo, arcistufo. Ma d’altronde, secondo il Dott. Galimberghi Fosconi de Ilmiopsicologopuntoit, già ora riporto tutti i sintomi della depressione, lieve. Flessione dell’umore! Noia, apatia! Freddezza, distacco, pessimismo! Ri-mur-gi-na-re! Rossi, Tassotti, Costacurta, Maldini!
Cristo. Le ho tutte.
Differisco invero, solo alla voce – scarsi stimoli sentimentali -. Ma a farmi rientrare nella statistica, qui ci pensano Claudia, e la sua innata capacità al rendersi, irraggiungibile.
Clau-dia! E’ un anno che ti rincorro. Come mezzofondista, faccio, de-ci-sa-mente pena: facciamo che mi faccio doppiare. Quando ripassi, sono quello con la pettorina rosso slavato.
La morte. La morte mi incuriosisce mica poco. Ve lo devo proprio dire. Interesse, mica fifa. Volevo metter su un gruppo d’ascolto, tra appassionati. Studio del timore reverenziale nei confronti della. Perché e percome. Una roba così. C’è da farci delle gran discussioni. D’altra parte, c’è carne al fuoco, la sfida delle sfide: la vita, grande credito dai bookmakers, ma che prevedibilità. Suturazione, e saturazione. Un avversario fermo sulle gambe. La morte, al contrario, un Cassius Clay, ancor più negro. Imprevedibilità e agilità di mente e di fibra: tempistica, metodo, destinatari. E un destro della madonna.
La vicina di casa, s’è beccata un virus, ad esempio, roba di nicchia. Raramente se ne erano visti di simili in circolazione. Eventi che fan clamore al paesone, come una visita pastorale dell’esimio signor vescovo. Domeniche che ti tocca spazzare per bene i marciapiedi, addobbarli con i migliori gerani, le azalee più spocchiose, in un’occasione persino, su editto sindacale, un ex finanziere terrone, lenzuola bianche alle finestre! Robe da matti. Il dovere del devoto. Ma da lì, sai che ciance, che discorsoni, tutti esimi professori! Non ci pare vero d’aver qualcosa al di là del meteo, di un Giuliacci, di un Anticiclone, di una corrente artica.
Affacciati sull’universo, siamo finiti a parlare di figa e del tempo; “Va che gambe, quella mezza stagione.” Crepare fuori media, qui, è come spostare il divano sotto il quale si era spazzato per mesi.
Le morti fuori dal seminato si portano sempre appresso il loro strascico di dubbi e dicerie. Morire in anticipo e morire male, scombussolano quelle due, tre, presunte garanzie che uno pensa di aver meritato in cambio di un’onesta partecipazione. Alla gente gli monta il dispetto. Tocca trovarsi una giustifica, ed è sempre la più becera. Oltre ad esser morto di sfiga, passi anche per traditore. La soluzione a quello che non può essere del tutto motivato, è da sempre, la magagna. Il marcio che c’è sotto. La puzza di bruciato. Un’infinità di cazzate. Se non muori col tumore o da infartuato, al paese, ci avevi sicuro qualcosa derivante dal vizio più innominabile. Va da sé che il fegato della buonanima, ufficialmente, di-vo-ra-to da non si sa quale magagna, è diventato, –  cirrosis causa – tempo di un blitz. Tirare deduzioni secondo teorie causa-effetto classiche, è pratica sempre feconda, all’ombra del campanile. Questo per dire, quanto a volte, sia meglio starsene in un condominio della periferia, dove non ti saluta nemmeno lo zerbino.
La Fernanda se l’è squagliata assai in fretta. Non dico che abbia colto l’occasione, ma mi ero fatto quest’idea: di una insofferente. Roba che la sentivo tossire da anni, estate, inverno, e rimanenti. Uno non può mica tossire così tanto, se non c’ha qualcosa perennemente di traverso. O no? Sta di fatto che, un giorno era sana, ma tempo sei mesi di consulti, cliniche, operazioni, dentro-fuori, va meglio – va peggio, cuci – scuci, puff! Andata. Io non sono per l’aggrapparsi alla pellaccia, per la resistenza ad oltranza, no signore. Già ho sofferto assai dai dentisti e per le ginocchia sbucciate sull’asfalto del collegio. Non vale la pena andare oltre. Per me l’ideale, è defluire in gran segreto, sgattaiolare furtivi, ciulare il portafoglio all’esistenza, e sparire nella ressa. Ve lo dico io. Le separazioni son sempre dolorose. Va’ che questa non s’era mai sentita. Perché quindi tentennare, farlo con clamore, ribaltare le pance, alzare un’acqua alta di lacrime? E le parole poi,  – il discorso diretto – ,che già è il vero strazio dell’intero campare: negli addii, finisce per dare il peggio di se. Difficile se ne sia sentita una azzeccata, dinnanzi ad una perdita. Non che voglia essere un maestro. Dico semplicemente zitti! Bocca cucita, è la cosa più semplice e meno dispendiosa da farsi. Beati i tempi delle caverne e dei grugniti, beati, per i creazionisti, Adamo e quel paio di mezz’ore di solitudine. Che enciclopedia, il silenzio.
Saputo che la Fernanda ci aveva lasciati, mi è toccato passare una settimana da amante furtivo, guardingo, frenato a mano come un gatto sul ghiaccio. Mestiere che non ci sono mica abituato, ve lo assicuro. Un amante sono stato, senza uno straccio di donna, senza mariti gelosi pronti a cogliermi con le mutande calate: niente fornicazione, solo vicini di porta a lutto stretto. Ho camminato per sei giorni rasente i muri, di soppiatto come uno scassinatore, tenendo la testa bassa come un infame, centellinando gli spostamenti, affinando l’udito e la vista come il cane all’angolo, che ringhia ai marocchini prima ancora che imbocchino la via. Cane padano, no mussulmano.
Solo un’ora dopo il funerale, con la decaduta del coprifuoco e a dolore seppellito, ho finito per incontrare nel portico sotto casa, uno dei figli della Fernanda. A quel punto eravamo tornati ad una sorta di normalità, quella normalità in cui le parole, non devono per forza avere un peso specifico, superiore, a quello della decenza. Giancarlo già aveva un mezzo sorriso: credo di essermela cavata, col niente. E’ stata innegabilmente una settimana impegnativa: crea sbigottimento il prendere temporaneamente coscienza del potere delle parole. Fattaccio, c’è da crederci, destinato a farsi frequente con l’andare degli anni, quando gli eventi di creazione e di distruzione, si faranno belli vispi, lungo il cardiogramma. Sì, suppongo che invecchiare consista essenzialmente in questo: tanti saluti all’uso degli aggettivi qualificativi e maggior uso della punteggiatura.
Ho finito, per invidiare mio padre, in queste giornate, da tanto avevo il verbo dietro le barricate. Lui, e il suo ictus ventennale all’emisfero destro. Un’ inibizione quasi completa dell’uso del linguaggio e una camminata sghemba, a perenne memoria. Ricordo, uscito da mesi d’ospedale, come riuscisse a dire che non due parole. Questa mattina. Questa mattina! Con una certa ossessività. Un ipotetico inizio: racconto breve, romanzo. E invece, nulla oltre. Come ci si rendesse improvvisamente conto, superato l’impulso primordiale alla comunicazione, di quanto sia superfluo, il continuare. Mio padre dal vicinato, non si è dovuto guardare: ma in determinate occasioni, la gente dovrebbe imparare a giustificare più i sani che i malati. M’ero, devo ammettere, in caso d’emergenza, qualora la mia mimesi non fosse andata del tutto a buon fine, preparato una frase ad effetto, che a dirla tutta, avrebbe potuto essere tale, solo dinnanzi ad un signor ascoltatore, qualcuno di decisamente preparato. E’ la sola cosa intelligente che abbia letto, sulla morte: è del regista Herzog, Werner. Suona, priva di addobbi ed indiscutibile, così: La morte è ereditaria. Stop. Fertighe! Finito. Alles clar! Ricordo, durante la lettura di quel diario amazzonico, dopo quella frase, una sorta di momento di resa. Non fu tanto il prendere consapevolezza della cosa, ma il senso di inferiorità, che era personale, ma che indiscutibilmente è da farsi collettivo, dinnanzi a cotanta capacità di sintesi ed efficacia. Secoli e millenni passati a ricamare parole su misura alla morte, gesso, metro da sarto, ago e filo, sviliti da un contropiede fulmineo di un crucco. Il senso della vita, sezione letteratura nera, atto enne, titoli di coda.
Al funerale, un vero circo.
Nel sagrato intendo. Un’atmosfera da banchetto funebre zingaro, una scena di kosturicana memoria, ma senza le musiche di Bregovic nell’aria. Solo chiacchiericcio, colpi di gomito fra le coste, pacche sulle spalle, strizzatine d’occhio. Un ciao ciao delicato con la mano, per le signore. Una gran rappresentanza, tre generazioni, forse quattro. Una campestre, solo, listata a lutto e senza le patatine. Sguardi vispi, furtivi, curiosi, grattate al pacco, starnuti, scaracchi, un mormorio di fondo coperto solo a tratti, dalle battute, arcinote, provenienti, attraverso il megafono, dall’interno. Metalliche e disturbate, mi ricordano più una comunicazione Apollo – Houston che la voce soave del cristo. Nonostante tutto, e nonostante non frequenti da decenni, me le ricordo tutte, incise a fondo, come una riga sul disco, un tormentone estivo per le vacanze in riviera. Il cattolicesimo insegna che non cambiare testi e temi scolastici, paga. Altro che riforma universitaria. Il prete, che per l’uso incondizionato del tu verso la deceduta, immagino un co-celebrante di famiglia, si arrampica sugli specchi per far passare l’ennesimo cristiano, non praticante e non frequentante, come un esempio di santità. Mi vien quasi da ridere. Poi sprofondo nello sconforto: non riesco proprio a prenderla alla leggera. Il clima mi deve aver contagiato: oltre ai parenti, sono uno dei pochi. L’assenza di fede diventa “un dedicarsi al volontariato, alle piccole cose, una presenza morigerata e soffusa, senza clamore, inosservata ed inaspettata, di chi non vuole prendersi meriti per il bene donato, ma semplicemente, seguire l’insegnamento di dio, nel suo piccolo”. Potrebbero essere il mio identikit, il mio profilo etico psicologico, le mie non credenziali, questo elenco di virtù e frasi fatte. Mio, come di un vero credente, come di un pluriomicida. Lascio perdere. Esco dal mio corpo, mi dedico alla realtà. Tira un vento svedese da est, crine biondo e sottile, per niente puritano, si infila ovunque, zero confortevole con la pelata. Ecco il perché di tanti vecchi col cappello e col portapacchi. In compenso è un turbine di dopobarba e brillantine al muschio, che è un manna per l’inconscio delle narici. L’acciotolato sotto le suole sottili delle scarpe da tennis, lavora come una riflessologia plantare ma senza darne i medesimi frutti. Sono un’anima in pena, tra chiesa e cimitero. Affondo la testa fra le spalle, e aguzzo l’udito, mentre a passi circospetti e brevi spostamenti, mi mimetizzo, ora qua, ora là, tra le fila sparse degli infedeli. Un funerale è un pomeriggio di permesso con giustifica, dagli orari inflessibili dell’esistenza. Esclusi i condannati dagli affetti, obbligati al cerimoniale, per gli altri è una sorta di rimpatriata, la festa annuale della coscrizione, l’occasione buona per riattaccare bottone, un’ora d’aria prima di tornare sotto naftalina. I vecchi soprattutto, li vedi assetati di attenzioni, bisognosi di emergere, distinguersi, svettare, fra cento cappotti d’epoca, tutti uguali. I vecchi ai funerali, ti fan quasi tenerezza, per quanto li noti tener le chiappe strette, in sudditanza psicologica davanti al padreterno. Trovar da far andare la lingua, è l’unico modo per levarsi da quell’ossessione, quella sgradita sensazione, di stare nella lista d’attesa, di poter essere, il prossimo. Questa è l’impressione che passa, lì sotto la facciata, mentre dentro, il coro femminile, ci da di acuti sopra le giacche di camoscio, di quelli del coro di montagna. Ci sono i piccoli artigiani e il contadiname, facce rubiconde ed espressioni ottuse, i monotematici dell’argomento lavoro.  C’è qualche squinzia, c’è la rappresentanza dell’associazionismo, un paio di casalinghe annoiate con il nuovo hobby del volontariato nel centodiciotto. Giubbotti gialli come un sole catarifrangente, fuori, angeli del focolare in cerca di avventure extraconiugali, dentro. L’amante forse ti arriva sull’ambulanza, sotto le sembianze di un’infermiera poco formata, ma dai fianchi ampi e fertili.
Uno dei parenti, un imprenditore locale, un Ricucci senza il senso dell’eleganza, vestito come un truzzo,  orecchino e maglietta bianca aderente, gestisce la sua impresa a due telefoni cellulari, poggiato sul fianco del suo Suv, appena occultato dietro l’angolo della chiesa. Leggo il dolore e la tristezza del momento sul suo labiale. Qualcosa che ha a che fare con dio e uno dei suoi tir che ha forato in autostrada. Sono tentato di porgergli le condoglianze. Passo sul retro. Dei cimiteri mi piacciono le foto in cornice ovale d’argento su lapide in marmo bianco, dei morti prima degli anni cinquanta.  Mi fermo a dare un’occhiata ai lavori per l’ampliamento del camposanto Vorrei incrociare le mani dietro la schiena, e mettermi a dissertare sulla scarsa funzionalità e qualità estetica, del progetto. Ma ho veramente troppa concorrenza nei paraggi. Il corteo funebre è in arrivo dalla chiesa, per il rito della sepoltura. Altra sofferenza pubblica inferta e da esporre. Nell’aria, il fresco improvviso che d’estate, anticipa l’incombente temporale: stanno per venir giù, secchiate di lacrime, non c’è dubbio. E’ il momento dell’incontinenza. Sensibilone quale sono, quasi mi sto per commuovere per contagio. Sarebbe mica male, se quello che non si è pianto, venisse smaltito attraverso le reni, una volta al mese: così, che uno c’ha magari una certa frigidità, da mantenere. Rimango quel tanto per farmi notare dai familiari, e non passare per del tutto assente. Non ho certezze che una presenza silente possa essere apprezzata, ma è il mio massimo rilancio. Mi alzo sulle punte, metto su la faccia più neutra che mi viene, faccio un cenno a mio zio. Sei pompieri in divisa verde oliva da cerimonia, spingono il feretro sul carretto. Me la filo verso casa.
Lungo il ritorno, fuori dalla banca, mi imbatto nella tizia, che da un tot d’anni, intravedo regolarmente ogni santa mattina, sulla corsia opposta, andando in ufficio. Veicoli paralleli con direzioni opposte che mai si incontrano, divisi da una linea di vernice bianca strappata a tratti: vita sociale non consumata, da parabrezza. Finalmente dal vivo, una quarantenne splendida, più di quel che il mezzobusto dentro l’abitacolo, lasciasse immaginare. Cerco di attirarne l’attenzione, sfruttando la simpatia del nipote che trotterella al mio fianco, ben aggrappato al mio indice, tutto intento dietro un gattone poco propenso a farsi carezzare. Indugio nei pressi, giriamo in tondo ad una macchina, ci infiliamo in un portone. Scruto una qualche reazione. Butto un’occhiata al culo. Tette non male. L’abitudine si ristabilisce. Siamo in se, facili alla dimenticanza. La signora, dal canto suo, non mi degna di uno sguardo.

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