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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

8 MM.

Ottobre 3rd, 2007

SCENA 1.

Alba appena accennata. Ore sei e quarantacinque. Luce verticale dei lampioni sulla pavimentazione in porfido. Aria pungente e radi fiocchi di ghiaccio che corrono orizzontali. Inquadratura dall’alto di un paese ancora addormentato. Due serpenti di vecchie case ai lati, in mezzo la strada. Si sente rumore di passi affrettati, quasi una corsa. Piedi leggeri ma dalla frequenza alta. Non si vede nessuno. Qualcuno corricchia sotto le gronde. Si sente in lontananza il ronzare dell’apecar che consegna il pane fresco. Dalla sponda opposta della valle, rintocchi di campane. Bassa pressione, rumori e odori più nitidi, l’osservazione alta annebbiata dal nevischio. Ancora passi. Si arrestano davanti a una portina, alla base del campanile. Cambio di scena. Interno della sagrestia. Rapida panoramica di arredo massiccio e pesante in rovere. Odori di cera, incensi e spezie. Caldo secco, confortevole. Entra un marmocchio esile. Occhiali spessi e capelli lisci come fili di crine. Stacco sul sacrestano affacciato sulla soglia verso l’altare. Particolare della corporatura massiccia e dell’aria greve. Un cenno in alto con la testa per salutare il marmocchio. Da come si schiarisce la voce si può intuire la profondità del suo tono. In un angolo il prete è già pronto. Carni bianche, perfette, mollicce. Il chierichetto apre una pesante anta dell’armadio che occupa tutta la parete sinistra. Quattro metri per quattro. Controlla il numero della sua tunica sull’elenco che sta attaccato sull’anta. Calligrafia curata medievale da prete. Ma tanto sa già. Il foro della testa è stretto, quasi gli fa cadere gli occhiali, il suo compagno entra di corsa, si è addormentato. Si sente un rimbrotto del sacrestano, rotolante come un tuono dentro una valle stretta. Le sette. Si esce. La chiesa è fredda, enorme e vuota, tombale. Si sente lo scricchiolio del legno dei banchi mentre la gente si alza. O forse sono giunture arrugginite. Ci saranno una trentina di persone. Vecchie in nero, perlopiù. Qualche donna del catechismo, mamme mancate, zitelle. Alcuni vecchi annoiati verso il fondo. Nel nome del padre, del figlio, dello spirito santo. Eco, parole assorbite dai marmi gelidi. Il marmocchio sullo sgabello in legno spazzola l’indice sulle muffe della parete contro cui si è lasciato scivolare. Un brivido gli risale la schiena fino all’attaccatura del collo. Ma poi si abitua.

SCENA DUE.
Ripresa dall’alto del cortile interno di quello che potrebbe essere un collegio. Facciate color ocra a quadrilatero, portici su tre lati, tigli sul quarto. Architettura anonima e spazi eccessivi. Il piazzale in asfalto è sbiadito dal tempo e dall’usura. Un puntinato grigio tenue. Domenica sera, tra le diciannove e le venti. Metà settembre. Il piazzale è animato di mocciosi e mezzi ragazzi. Alcune inquadrature individuali. Altezze diverse, facce scarne e paffute. Capelli arruffati e tagli da prete. Primi peli sui quattordicenni. Figli della campagna e dei monti, è evidente. Saranno una cinquantina, dentro al casamento sembrano briciole perse. Flash back – fotografie in inserto –  dei vecchi splendori dell’attività collegiale clerastica. Cambio di scena. Un alfa sud color seppia si allontana attraverso la pineta, passa sul retro dell’edificio, fiancheggia condomini popolari. La telecamera la segue, poi la lascia allontanarsi. Un marmocchio esile, occhiali spessi e capelli lisci come fili di crine segue la scena da un punto imprecisato del piazzale. C’è così tanto spazio che attorno a lui sembra deserto e silenzio e basta. Il ragazzino è rigido, imbambolato, sembra stia cercando di soffocare qualcosa. Poi di scatto prende e corre. Il regista quasi se lo perde di vista. Raggiunge gli altri in un altro centro del cortile. Sull’asfalto sono disegnati dei campi da calcio. Tre, di dimensioni diverse. Delle righe di vernice bianca rimane poco, si intuiscono gli spazi. Scena di gruppo. Quelli del terzo anno che complottano per organizzare le squadre. Il marmocchio per un po’ non becca una palla. E’ spaurito e forse gli va anche bene così, pura presenza. Ma poi eccola arrivare. La rincorre lungo la linea di destra, la raggiunge e piazza il cross. Il pallone è un macinio per le sue gambe sottili e non arriva neanche nel mezzo. Delusione. In compenso l’asfalto è disgregato e granuloso. E’ come camminare sulle biglie. Un attimo e il marmocchio è disteso sull’asfalto. Abrasioni, caldo, respiro interrotto, dolore. Primo piano. Con una mano si cerca gli occhiali, li sistema, freneticamente. Non si guarda nemmeno in giro. E’ spaventato. Ha rovinato il golfino, sbucciato un ginocchio. Prende e corre lungo il porticato, zoppicando la gamba. In un angolo ci sono i bagni. C’è una porta nuova di alluminio. Lo si vede entrare. Poi l’inquadratura si alza sopra il cortile, e più in alto, sopra i tetti rossi, la pineta, il quartiere, la città. Del collegio non rimane che un rettangolo grigio con bordi rossi sulla destra dell’inquadratura aerea. In sottofondo singhiozzi, qualcuno che chiama. Mamma.

SCENA TRE.
Sfuocata.

SCENA QUATTRO.
Trascurabile.

SCENA CINQUE.
Non degna di nota.

SCENA SEI.
Estremamente noiosa.

SCENA SETTE.
Bianco e nero. Interno camera di un albergo. Vecchia eleganza della signoria torinese. Tarda notte, prima mattina, bo. Un letto con due figure, alle estremità opposte. La ragazza sta rannicchiata sul fianco sinistro. E’ cinematograficamente bellissima. L’unico dettaglio di colore è il rossetto rosso. Il ragazzo guarda in alto, fisso. La luce esterna – alba o artificiale? – attraverso gli scuri sgangherati, forma sul soffitto una sorta di percorso, ferroviario, traversine di treno in sequenza. Per un beffardo gioco di fessure, le traversine, nel mezzo, proprio in prossimità del centro del letto, sono bruscamente interrotte, poi ripartono. Amore fermatosi al passaggio a livello.

SCENA OTTO.
Bianco e nero, toni di seppia. Altro interno camera. Panoramica sull’arredamento fitto. Quadri. Mobili d’antiquario. Inquadrature di particolari. Una mano femminile aggrappata alla testiera in ferro battuto. Il dettaglio di un labbro sottile. Dal corridoio. Il soffitto alto, lenzuola arruffate.

9 Responses to “8 MM.”

  1. anonimo ha detto:

    l’anonina ero io

    LaGraf

  2. anonimo ha detto:

    ciao, come stai? ultimamente la mia vita è troppo piena.

    senti mi spieghi come fa questo regista a dare l’idea di “odori di cera”?

    e come cavolo è che le donne sono tutte bellissime?

  3. anonimo ha detto:

    woh fantastico…com’è andata? un beso di lunedì. nina

  4. MammaTopa ha detto:

    Mart come Heidi è un’immagine buffa, eheh!

    Che anche le caprette ti facciano ‘ciao’, allora… e grazie x aver partecipato in otto millimetri, richiamando, nell’ordine, Bunel, Almodovar, Bertolucci e il mio preferito, Bressòn 😉

    non per nulla si chiama ‘scrittura filmica’ e tanti baci a te.

  5. induttivo ha detto:

    eccoci al finale di settimana

    mi sono appena realizzato in un lavoro a perdere, pensa te 🙂

    buone finesettimana Mart, che i monti ti sorridano… salutammo 😉

  6. anomisluna ha detto:

    E tu che ruolo hai avuto in queste scene? Mi incuriosisce….

  7. heathen ha detto:

    la scena del calcetto mi è piaciuta molto, come le altre, del resto, anche se c’è qualche errore di ortografia.

  8. induttivo ha detto:

    …posso fare da aiuto regista che imparo qualche mestiere …posso girare la scena 8? :-))

    piacere della lettura, maestro Mart

  9. anonimo ha detto:

    scusa posso chiederti come mai non usi gli rss?

    sarebbe più facile seguire, almeno per me, i tuoi post

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