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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

A NOI CI PIACE LA FANTA. Perché è buona, perché è tanta.

aprile 22nd, 2005

Domenica pomeriggio.

Il cielo è un enorme ciambellone glassato.

Tutt’attorno creste montuose, velate di neve fresca sulla sommità delle quali, aleggiano come avvoltoi roteanti in attesa, nubi oscure dai toni minacciosamente temporaleschi.

Temporali estivi dei primi giorni di primavera. Ormai abitudinarie bizzarrie meteorologiche.

Sopra la città e sulle antenne televisive montate in cima alla parete verticale di roccia che la delimita a ovest, si distinguono scrosci inclinati di pioggia, sezionati dai fasci di luce solare. All’opposto, all’origine della vallata che sbuca infine, qui dentro il parcheggio, la pioggia assume forma nevosa, sottoforma di nebbiolina sospinta dal vento, giù dalle vette brulle e rade, fin sopra le prime pendici boschive delle colline. La rappresentazione visiva accostabile all’evento, è quella di una telecamera o di un paio di occhiali, leggermente appannanti sugli angoli.

Nel centro, una squarcio irreale di cielo azzurro. Un intensità di tono, come da colore appena steso. Raggi di sole dalla consistenza densa e palpabile, calano verticali, visibili agli occhi come il fascio di luce di un proiettore nel cinematografo buio, disegnandomi un cerchietto di calore tutt’attorno, che mi segue nel movimento.

Mani affondate nelle tasche dei jeans e camicia a manica corta, col risvoltino d’ordinanza che stringe sul braccio, modestamente muscoloso e giustamente esposto. O giustamente muscoloso e modestamente esposto.

Ciao bella gente, siamo sempre noi, il solito gruppo di sfigati futuri zitelloni che è diventato il vostro incubo della domenica pomeriggio da famigliola felice.

Siamo spiacenti.

Ma questo è il nuovo nostro abitat naturale preferito.

Prelibatezze per la gola e alcool per le menti a larga disposizione. Basta pagare.

E una considerevole, naturale, intercambiabile, multiforme, variegata presenza di vitamina F.

Si, dico anche a te, smidollato quarantenne dalla vita sociale e famigliare ormai defunta, che guardi di malocchio le mie scarpe gialle e il mio bel fisicone. Per le prossime ore, o perlomeno fino a quando non porterai il tuo riciclato completo da matrimonio adattato al passeggio domenicale, fuori di qui, anche la tua immeritata e giovine mogliettina, sarà oggetto delle più riprovevoli nostre fantasie.

Il nostro tavolo è malauguratamente occupato da una babygang di truzzi e truzze  di seconda mano.

:- Hei ragazzi, per le prossime domeniche vediamo di andare in giro a scippare vecchine o di rimanere ai giardinetti a limonare eh!

La cameriera ci propina un tavolino rotondo da due persone quasi in periferia. Non facciamo gli schizzinosi e iniziamo ad accomodarci. W però, di rientro nel gruppo dopo i suoi ultimi weekend casalinghi di high depression, inizia a sbuffare come un locomotore a vapore e assale la cameriera con un “magari un tavolo più piccolo non ce lo hai?”.

Portiamo tutti attoniti gli occhi al cielo, ormai senza speranza, in attesa di un segnale divino o di un fulmine, che polverizzi una volta per tutte W.

Vedo gli occhini azzurri della cameriera, generalmente abituata ai nostri modi fin troppo affabili, che seppur destinati all’unico e solo scopo di orizzontarla, sempre modi gentili sono, sbarrarsi atterriti in preda alla sorpresa negativa e ad un attimo di panico. Fortunatamente, una volta notate le nostre facce rassicuranti e un “va bene così”, si tranquillizza, come ridestata da un brutto incubo.

Nell’attesa delle ordinazioni, scatta il giro di perlustrazione visiva.

Radar a infrarossi attivato, periscopio innalzato, scanner acceso e occhio dilatato e rotante.

Come sempre la fauna del locale è meritevole. Fidanzatini, gruppi di fidanzatini, comitive di fidanzatini, qualche tavolo di amiche, radi tentativi di famigliola felice, un paio di mamme in libera uscita, un paio di vecchiette evase dal ricovero o che si sono confuse con la porta della chiesa.

Ma caso vuole che il top del top, sia ai nostri fianchi.

Sulla mia destra, quasi a contatto di gomito, una nota bionda platinata dai tratti eleganti, ricca ereditiera e prenda ambita dai più, da tempo però accasata con un anonimo lungagnone di paese.

Di fronte a me, per metà impallata dalla mole ingombrante di F., una tipa già notata nel locale, in tet a tet e occhi negli occhi, con il più classico dei fidanzati. Zigomo alto e capello luccicante di gommina.

Il classico e comune profilo che piace e cucca sempre.

Il viso di lei è notevole, classificabile nel gironi “Questa qua ti fa morire” o “una che mi farei”. Trucco pesante, occhiale da vista con lenti affumicate, lineamenti da bel troione.

Siamo in fase di ordinazione, quando, sotto il tavolino, una ginocchiata di T contro le mie gambe, rischia di farmi saltare un paio di menischi.

E’ il segnale convenzionale.

C’è qualcuna meritevole di attenzione.

Alzo gli occhi dal menù e vedo tutto il tavolino girato in estasi, senza tanti complimenti e indugi, verso la tipa appena descritta.

Si è staccata dal tavolino, e le sue flessuose braccina, appoggiate ora sulle gambe, non intralciano più la visuale del suo profilo.

Segue minuto di silenzio meditativo, in cui la banda si guarda occhi negli occhi, tentando di trovare, le parole giuste per acclamare, magnificare, santificare, la celeste visione. (………) Minuto di silenzio e smarrimento.

:-CAZZO CHE TETTE!

In effetti il minuto dedito allo spremere le meningi poteva essere utilizzato meno banalmente. Ma la frase tanto semplificatrice, come mai risulta atta a rendere omaggio a sittanta meraviglia.

Dal bordo dei pantaloni, una maglietta nera aderente risale lungo una pancia piattissima per poi, esplodere in orizzontale, in “un seno che così non si èra mai visto prima” cantava il buon Pezzali.

La sporgenza è incalcolabile, ma lì per lì mi ha ricordato tanto la sensazione che si può provare, in un giorno di pioggia, nello stare con la testa all’asciutto, sotto la sagoma protettiva di un poggiolo, e guardare con gli occhi all’insù, il casuale e fortunoso ricovero. Vedo, sotto le fibre del tessuto dilatato all’inverosimile, le strutture del reggiseno in tensione, soffrire sotto lo sforzo immane di sorreggere, tanta abbondanza.

Sul tavolino è sceso uno strano silenzio irreale, come di ossequioso rispetto. Come Cavalieri Crociati davanti all’agoniato Sacro Gral, ginocchio a terra, elmo sottobraccio e spada deposta. La visione abbaglia la vista come un sole di mezzogiorno. Ma gli occhi seppur sferzati, seppur rigati da lacrime di felicità, corrono ancora lì. Chi in maniera discreta, sbirciando attraverso un menù, che dovrebbe essere enciclopedico per quanto lungo da sfogliare. Chi con la coda dell’occhio, roteata allo stremo, fino alla posizione laterale a mo’ di rettile. Chi finge di osservare, amici indefiniti all’orizzonte. C’è chi, spudoratamente, osserva fisso, come davanti a un quadro in un museo.

E forse, l’esposizione, nel caso, sarebbe come non mai meritevole.

Per tramando ai posteri, per illustrazione della perfezione, per doverosa conoscenza collettiva.

In un museo parigino, sono esposte le unita di misura base.

Il metro, il chilo, il decilitro.

Aggiungiamoci anche il seno. Questo seno. L’ unità standard di misurazione.

Affondo testa, gola e pensieri nel cocktail al sapore e colore di stagno senza anatre, che ho erroneamente ordinato.

Almeno l’impegno nel bere cotanta schifezza, mi distrarrà momentaneamente. Sorseggio lentamente cercando di far scivolare il liquido direttamente nella gola ed evitarne il contatto con le papille gustative.

Guardo nel vuoto, ma tutte le forme umane che trapassano il mio arco della visuale, sono dotate di seni enormi.

Sono nel limbo, in cammino verso il paradiso.

Un’altra ginocchiata, se possibile ancora più poderosa, mi riporta alla realtà.

Cosa c’è ancora?

L’occhio di F mi invita a girarmi sulla sinistra.

Appena in tempo per un ulteriore spettacolo.

Una delle ultime assunte, una giovincella prosperosa con gli occhiali dalla montatura spessa da maestrina e le forme generose che pressano contro la camicetta e il golfino a vi della divisa, come lago ingrossato contro le pareti della diga, sta consegnando qualche tavolino più in là.

Devo dire che il titolare del locale, oltre che il nome, deve avere con la pornostar Siffredi, qualcosa d’altro in comune, vista la qualità della “selezione personale inserviente”.

La cameriera tutta curve, nell’atto di raccogliere lo scontrino accidentalmente caduto, si sta piegando in avanti con un movimento degno del miglio classico dell’erotismo anni ’70, mostrandoci generosamente, sotto la gonnellina nera a palloncino, i pizzi merlati delle sue autoreggenti.

F, già messo a dura prova da Miss grantette che gli respira praticamente a fianco, dopo la visione inizia a mostrare i primi scompensi tecnici e se ne esce con una delle sue massime, che regolarmente giungono puntuali, nei momenti di maggior enfasi.

“Ragazzi, questo è meglio del miglior night club che io abbia mai frequentato”.

E se lo dice lui, che è un gurù del settore,ci potete credere.

Abbandoniamo il locale, quando ormai tavoli vicini e lontani, hanno esaurito la loro scorta di belle presenze.

Fuori il ciambellone che incombeva ore fa sulle nostre teste, sembra essere stato divorato da stomaci insaziabili. Rimane un piatto vuoto, dal fondo ceruleo e omogeneo, spazzato anche dell’ultima briciola.

Il sole, quasi all’orizzonte, mi sorride da dietro alle nuvole, nel suo corpo da pin up.

26 Responses to “A NOI CI PIACE LA FANTA. Perché è buona, perché è tanta.”

  1. xandria ha detto:

    Mart e’ una delle canzoni che preferisco! 🙂 hai ragione ci assomiglia…(adoro il Liga grassie)

  2. boxroom ha detto:

    dev’essere un capolavoro……….

  3. boxroom ha detto:

    il capo in ufficio in pigiama??

    le belle notizie non finiscono mai..

  4. xandria ha detto:

    consiglio : chiudi gli occhi e ascolta il cuore….o la puzza della vita…

    e se nn viene niente, pazienza! nn e’ detto che sia sempre un male!

    O.T. : mi sarebbe piaciuto sentire la strofa della canzone

    se ti va puoi provare a cantarmela 🙂

    un bacio

  5. julina ha detto:

    ma non è quaestione di capire le donne, si tratta di capire quando parla il cuore e quando parla la ragione…mica van d’accordo quei due, anche se convivono nello stesso corpo, eh?

  6. SirenVoice ha detto:

    insomma Mart, non ho capito. Ti piacciono i troioni con le tette grosse? o le montanarette stile alpeggio?

    Noto che non hai venduto le scarpe gialle…molto bene, fai tanto kill bill. Bel vocione, che mi dici oggi?

    ZAluti ZIren

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