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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

DAY HOSPITAL

aprile 28th, 2005

L’impressione ottica è quella di un enorme lastra liscia in policarbonato, dipinta a pennellate grigie, regolari ma non perfette, attraverso le quali, parziali spiragli di luce riescono a filtrare, sottoforma di brevi squarci biancastri dalla lieve intensità luminosa.

Lasciata cadere dall’altro in piano, la lastra si è conficcata nel paesaggio, venendo trapassata da lato a lato, unicamente dalle vette più alte e appuntite delle montagne, che ora, paiono agli occhi, come troncate della loro sommità.

Le due corsie umide dell’autostrada, sfilano sul parabrezza bagnato di pioggia irregolare nell’anonimato generale che accompagna la visuale, delimitate ai lati, da siepi rigogliose della nuova primavera, ma dal verde troppo scuro e dall’altezza quasi occludente.

Pare di stare in un percorso a labirinto di orto botanico fuori stagione, alla svogliata ricerca dell’uscita.

L’idea di una visita in ospedale, mi era sembrata, lì per lì, doverosamente evitabile o perlomeno, il più lungamente posticipabile.

Assolutamente non per il motivo della visita, ma per l’invincibile pressione psicologica dell’ambiente ospedaliero, sull’ottimo morale del periodo. Al solo accenno della necessità dell’evento, il mio morale, ancora brillo del sabato sera, ha subito uno smacco borsistico, consistente nella perdita di un paio di punti.

Il fatto è che poi, seduto nell’accogliente, caldo e familiare angolo ufficio del mio bagno, okkey, bando alle finezze, sulla tazza, in parte intento a progredire con la lettura di “Esperienza” ( tra le cose ardue della vita ho ultimamente inserito il malaugurato caso che il vostro autore preferito, vi propini la lettura di un suo scritto, non all’altezza dei precedenti, lasciandovi con il dubbio, lo finisco o non lo finisco), la sensibilità depositata dentro questo apparentemente banale ed estraniato corpo, è improvvisamente emersa in superficie, raggiungendo non solo i normali limiti della decenza, ma traboccando per gran parte, fino a portarmi alla resa, nell’arco di qualche minuto, davanti al soddisfatto volto della mutter.

Rientrato a casa dopo l’immancabile lauta cena fuori con gli amici della domenica sera, antipasti, tris di primi e doppia grigliata di carne, il tutto annaffiato da un ottimo Chianti, avevo cercato conforto all’ umore gia in fase calante, con qualche immagine sexy, usufruibile dall’amato televisore. Ma a notte  ormai inoltrata, constatato che il massimo dell’erotismo che mi era stato gentilmente concesso, erano alcuni fotogrammi in bianco e nero di una mano languida su un ginocchio, offerta dal Sig. Grezzi in Cose Mai Viste, mi è toccata la capitolazione.

Fuori, scrosci d’acqua di canali di gronda tracimanti e schizzi di pozzanghere sotto rade ruote transitanti.

Anche il tempo atmosferico, stava adattandosi, con premuroso anticipo, al grigiore del prossimo, prospettato, lunedì. Svegliarsi è del tutto irrilevante in quei giorni, quindi tra il primo alzarsi delle sette, per una semplice visita in bagno e quello ufficiale di mezzogiorno, non è corsa alcuna differenza.

Il tempo è il puro scorrere delle lancette verso l’ora X nella quale metterai piede dentro la stanza e la lunghezza dell’attesa del momento Y, in cui tutto ti si scrollerà di dosso, come polvere e fango dopo una doccia.

Al settimo piano l’ascensore ha un moto elastico di assestamento alla spinta verticale, che mi svuota l’aria dallo stomaco, come in un attrazione da luna park o un cambio di pendenza stradale improvviso.

Le porte si aprono su un corridoio plastificato.

Sembra lo stato di limbo tra le due estremità luminose, che si specchiano agli opposti.

Sui lati si aprono le porte numerate delle camere, attraverso le quali, irregolari fasci di luce, si proiettano sulla superficie liscia a quadroni del lungo camminamento. Mi balena la tetra idea che i bagliori proiettati verso l’esterno, stiano a significare la presenza di speranza di vita e salute, mentre all’ opposto, l’assenza, sia segnale di cattivi presagi.

Mi rassicuro, cercando di cancellare immediatamente il pensiero, che si tratta evidentemente della semplice casualità dell’incidenza dei raggi solari e di porte e persiane più o meno aperte.

Le suole delle scarpe, pulite dalla pioggia, stropicciano sul pavimento, alternandosi a locali e flebili colpi di tosse, che escono, indefiniti, uno qua, due là, una serie ripetuta sul fondo.

Forse alla fine, si trovano tutti qua, per una semplice e curabile influenza.

Una voce dal timbro disperato che invoca un infermiera, mi riporta, nuovamente alla realtà.

Quando entri in una camera per la prima volta, con la coscienza di trovarti di fronte, qualcuno che non sarà più lo stesso, sembra che tutto attorno, compreso il tempo, si fermi, rimanendo lì sospeso, impaziente di osservare, l’espressione che si dipingerà sul tuo volto.

Esperienza insegna. Quel fatidico giorno che andrai a trovare il babbo in ospedale, un mese dopo il fattaccio, ricordo ci vollero interminabili secondi di smarrimento prima di riuscire a identificarlo in uno dei tre letti della camera.

La coscienza della malattia, l’aggrappato e disperato attaccamento a una vita in fuga, segnano i volti di tristezza e debilitazione, ne più e ne meno del male fisico. Tiro un sospiro di sollievo davanti a tratti del tutto riconoscibili, se non ospitati dentro un corpo, che va implodendo su se stesso.

Fortunatamente c’è qualcuno che ha parole anche per me.

Non sono il tipo dai grandi discorsi d’ufficio, atti al sollievo morale. Non sono il tipo, nell’occasione, dal sorriso facile, pronto a donare illusioni. :-Hei, vedrai che andrà tutto bene, tra una settimana siamo al bar a farci un paio di birre. Sono semplicemente uno che da queste situazioni, ci vorrebbe stare il più lontano possibile.

Chiamatelo egoismo, menefreghismo, ipocrisia.

Io non ci sono portato e stimo, profondamente, nella maniera più assoluta, chi si dedica alla causa, anche per la mia parte.

Sono un profondo estimatore della vita vissuta. Solo che a volte Lei smette di viversi e rimane solo vita.

Alterno silenziosi minuti ai piedi del letto, a brevi uscite sul corridoio.

Un sorriso a qualche vecchietto in pigiama, sufficientemente in forma per concedersi una scorrazzata di cento metri a pantofole trascinate, lungo il rettilineo anestetizzato, qualche sms alle amichette, una sbirciatina alla scollatura di una paffutella infermiera dagli occhi nerissimi.

Dentro, fuori, fuori, dentro, qualche monosillabo estratto a forza di braccia dalla gola, la piacevole sensazione di vedere, speranza e autoconvincimento crescere ed erigersi a miglior cura, le strette di mano finali, il sollievo fisico dell’aria aperta, i respiri più pieni, le dita non più incrociate.

La malinconia si dilava durante il viaggio, come sotto i colpi ritmati del tergicristallo che spazza le ultime gocce di pioggia.

 

Un uscita per un gelato, accettata con reticenza e all’ultimo, quando ormai corpo e pensieri erano infilati a letto.

Un po’ di vita vissuta mi farà bene.

Un frappè vaniglia e stracciatella, un amica innamorata da rivedere, alla quale hai fatto, tempo addietro, più di un pensierino. Una compagna di classe dei due anni di liceo. Stesso volto impreciso, stessi ricci disordinati, la montatura degli occhiali tremendamente antiquata e un nuovo fisico statuario da istruttrice di aerobica. Le piadine crudo e formaggio che gli amici affamati divorano, col profumo che ti riempie il naso e uno stomaco mai sazio.

Nessuna delle tue cameriere preferite in servizio.

Di nuovo a casa, ora veramente a letto. Ventiquattro ore finalmente trascorse.

La notte farà gli ultimi accertamenti del caso.

All’alba sarò dimesso e tornerò in piena salute.

Livello dell’umore nuovamente a pieni giri, denti splendenti e mente vuota da dedicare al solito.

 

34 Responses to “DAY HOSPITAL”

  1. boxroom ha detto:

    Ciao tesorino! ABBASSO LE FORMICHE.

  2. julina ha detto:

    ciao caro, buona settimana!

  3. SirenVoice ha detto:

    ola.

  4. Pillow ha detto:

    …………………..eh?

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