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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

FEARS

Febbraio 4th, 2005

Il ghiaino bianco della stradina che si inerpica sinuosa come dorso di serpente, struscia sotto i miei passi regolare, in suoni ripetitivi di esse, ci e acca, come tanti gusci di noccioline americane, schiacciati contemporaneamente.

La consistenza del terreno sotto le suole, varia a seconda dello spessore del pietrisco, accumulato in zone incostanti, come depositi fluviali sulle anse dopo una piena alluvionale, dall’acqua abbondante delle piogge d’ottobre, scivolata dalla scarpata a monte, lungo il corso centrale della strada, prima di defluire all’esterno, giù per il pendio che scende a fondovalle.

Il versante a valle, aperto all’osservazione sui pendii collinari premontuosi e sulle creste nevose dell’orizzonte, è scosceso e accidentato delle scaglie e dei cubi rocciosi derivati dall’ incisione, a suo tempo, come scalpello su legno nobile, della strada lungo il profilo vergine della montagna.

Solo in parte, una vegetazione rada e incostante per forme e colori, addolcisce di filamenti d’erba, muschi, acacie nervose e denutrite e rovi, il passaggio fra le rocce, spigolose e accatastate in disordine, come un frangiflutti di porto.

Cammino sicuro e sciolto, nel bosco allegro di fruscii di vento, tra i faggi grigi di mezz’autunno, sparsi e maestosi su tappeti di foglie rossicce, umide dell’ultima pioggia. Il sole ancora caldo è un buon compagno di viaggio, oscurato solo a infinite frazioni, dal passaggio fulmineo di uccelli cinguettanti ad ali spiegate, che disegnano nell’aria, scie eleganti a seguito dei venti.

Proseguo l’ascesa e la camminata si fa man mano meno ritmata e più spinta sulle punte dei piedi, diventando a tratti, passi pesanti come affondati nel fango vischioso e ginocchia da riportare in alto, a liberarle come da uno spesso strato di neve.

I muscoli al lavoro, producono nel movimento, energia calda sottoforma di rade, poi abbondanti, perline di sudore, che si asciugano, sulla fronte, nell’aria sempre meno ossigenata e, sulla pelle, assorbite dai radi indumenti rimasti addosso, nello svestirsi obbligato dall’affanno corporeo.

Il cielo, nel frattempo, sta diluendo l’azzurro tempera di cui si era dipinto fin dalla prima mattinata, con eccessive dosi d’acqua, fino a diventare, iniziando prima da nord e poi estendendosi a tutto il campo visivo, una superficie lattiginosa di bianco, prima velato, poi intenso, e impregnandosi infine, di toni di grigio, via via sempre più cupi e poco rassicuranti.

Anche la visuale a destra, prima aperta all’infinito, si sta chiudendo in una cortina d’alberi, improvvisamente numerosi ed abbondati.

Con l’aumentare dell’altitudine, gli sporadici faggi, stanno cedendo il posto, a fitti per densità, pendii oscuri di abeti longilinei, ammassati l’uno al fianco dell’altro e protesi con le braccia e i palmi delle mani aperti, verso l’alto, a contendersi la fonte di vita, ogni ultimo flebile raggio di sole che filtra debole tra le nubi cariche di pioggia.

Guardando verso l’alto, il cielo è una sottile striscia grigia di centro corsia che indica il percorso, stretta e marcata e deviante nel percorso, a seconda del piegarsi ritmato e collettivo, delle cime degli alberi nel vento forte che soffia in quota.

Le schiene degli abeti fronte strada sul pendio a monte, scricchiolano come vecchie sedie di legno e porte cigolanti, sotto il peso opprimente della folla alle loro spalle, accalcata contro le recinzioni, come una massa di teppisti allo stadio, dopo la carica della polizia.

Il vento ulula sibilando, con suoni sinistri fra i tronchi nudi alla mia destra e alla mia sinistra, piantati come infiniti pali di staccionata nel terreno, ma privi delle traversine orizzontali.

Ricordo il fischio acuto, attanagliante e lugrube delle raffiche fra le persiane, nelle notti tristi e solitarie, lontano da casa, ai tempi del collegio. Cerco un cuscino sotto cui nascondere la testa e l’orlo della coperta da tirarmi su, fin sotto il naso. Stringo gli occhi fortissimo, fino a vedere tutto nero. Strani fiumi rosso sangue, con capillari filamentosi alla foce, iniziano a fluire all’interno dal perimetro, trasformando la vista nera in un lago insanguinato.

Schegge di legno taglienti e affilate come rasoi, schizzano impazzite a mezz’aria, fuoriuscite dalle ferite, degli alberi spezzati al centro, come stuzzichini per i denti dopo l’uso.

Mi abbasso e salto e procedo a zig zag, proteggendomi la faccia con i gomiti protesi ai lati, come due paraocchi per cavallo.

Una scheggia mi incide il polpaccio. Il colpo secco mi fa perdere sensibilità e appoggio della gamba. Rovino a terra lungo disteso in velocità, scivolando per un tratto sul ghiaino bianco e accuminato e tagliente come schegge di vetro.

Mi sbuccio i polsi nell’attrito e alcuni sassolini mi si conficcano in profondità, nei palmi delle mani. Atterrando di peso sulla cassa toracica, i polmoni mi si svuotano all’istante dell’ossigeno, espulso all’esterno nella compressione.

Ho un vuoto d’aria e una mancanza di collegamenti che dura qualche istante.

Mentre tento di rialzarmi, il crepitio fragoroso di un abete spezzato mi avverte.

Alzo gli occhi e rotolo di fianco.

Lo spostamento d’aria del tronco massiccio mi sfiora. L’odore intenso di resina e foglie mi riempie le narici soffocandomi. Una delle fronde più sottili mi si abbatte contro con uno schiocco secco, frustandomi, prima che riesca a trovare riparo lontano. Gli aghi secchi di fine stagione mi graffiamo il viso come la zampata felina di un gatto. Rimango bloccato alla caviglia, nell’intrigo di ramaglie.

Tra l’oscurità del sottobosco vedo degli occhi gialli e lucidi acquattati in attesa.

Un vento gelido mi tiene schiacciato a terra, sollevando mulinelli di polvere e fogli secche. Sbatto le palpebre e roteo gli occhi per scacciare i granelli che mi graffiano la superficie vetrosa della pupilla. Grosse lacrime mi rigano le guance in rivoli umidi, assorbiti dalla pelle arida.

Sento uno scatto repentineo di zampe alla mia destra e un galoppare pesante di arti che si mettono in moto nel fogliame. Gli occhi gialli sono in movimento, seguiti da un respiro come asmatico, a intervalli cortissimi.

Cerco di liberarmi con la mano, il piede bloccato nell’intrigo di rami spezzati e foglie. Percepisco le distanze che si annullano e la presenza ormai vicina sottoforma di movimento e aria spostata ad altissima velocità. Non ho il coraggio di voltarmi, ma sento l’odore animale sempre più intenso, riempirmi la testa e agitarmi i movimenti e scoordinare i tentativi di liberarmi.

Tiro la gamba fino quasi a spezzarla, stringendo il labbro inferiore fra i denti per il dolore dell’abrasione che mi incide e stacca la pelle.

Ce l’ho quasi addosso. Il movimento cinetico delle zampe è ritmato e perfetto e inarrestabile come un treno lanciato in corsa sui binari.

Giro gli occhi mentre, come un gatto, pianto le unghie delle mani nel terreno, per darmi la spinta e trovare la forza di rimettermi in piedi.

Sta spiccando il balzo definitivo, ne sento la massa addosso. Le fauci spalancate schiumano ai lati in rivoli bianchi e gli occhi dilatati alle estremità e verso il centro, quasi si fondono in un unica unità scrutante ed assassina.

Mi atterra addosso con tutto il peso nel preciso istante in cui, riesco a sgattaiolare via veloce, con le energie ritrovate e la voglia di sopravvivenza.

Emette uno strano verso di disapprovazione e sconforto quasi umano, nel momento in cui, sfuggo alla presa dei suoi arti palmati, mettendomi a correre in una direzione sconosciuta di salvezza.

Faccio mulinare le gambe quasi a vuoto, come i pistoni delle ruote in un locomotore ferroviario a vapore, cercando di coordinare l’equilibrio, con movimenti opposti delle braccia. Non riesco a immettere sufficiente ossigeno nei polmoni e l’aria espulsa, si avvinghia con gli artigli per non finire all’esterno, lacerandomi la gola.

Continuo a correre con le gambe insensibile e le ginocchia che , ripetutamente, si scontrano nella foga, scheggiandosi.

Non ho il coraggio di voltarmi per verificare le distanze.

Le orecchie mi ronzano in continuo, del movimento ciclico e meccanico della sua corsa e del respiro veloce. Arrivo in un tratto in discesa, in cui il tunnel oscuro di alberi si apre in un anfiteatro dalle gradinate ripidissime e senza uscita.

Incespico e finisco lungo disteso, proprio nel centro, sul palco di quell’anfiteatro.

Non provo nemmeno ad alzarmi.

Respiro lentamente. Ritmato.

Aspetto solo il suo arrivo.

Le sue fauci nella mia carne.

Silenzio.

 

Solo dopo alcuni interminabili minuti di nulla, ho il coraggio di aprire gli occhi e alzarli attorno.

E’ buio.

L’anfiteatro però è illuminato.

Piccole fiammelle bruciano vive, ondulate nella brezza notturna.

Centinaia di piccole coppie di occhi gialli.

Raccolgo le forze e punto all’unica via d’uscita possibile, posta alle mie spalle.

Il sangue denso mi cola lungo gli avambracci, fuoriuscendo denso dai polsi.

Ne sento l’odore metallico che mi da la nausea.

Non faccio in tempo ad alzarmi, che mi sono addosso.

Centinaia, migliaia. Un ronzio e un vibrar d’ali come d’api.

Mi si infilano dappertutto, ne sono interamente ricoperto. Il loro corpo si muove sul mio. Tengo la bocca sigillata, non voglio che mi entrino dentro. Ma loro si infilano attraverso il naso.

Impazzisco.

Comincio a picchiarmi addosso con le mani e con i piedi per tentare di schiacciarne il maggior numero possibile. Mi rotolo a terra, come a spegnere delle fiamme che mi avviluppano.

Posso sentire la loro consistenza viscida sulle mani e la loro superficie setosa sulla pelle nuda.

Sono troppe. Ne sono invaso.

Lentamente iniziano ad assorbirmi tutta l’energia vitale rimasta. Sento i tessuti raggrinzirsi sopra le ossa.

Poi tutto finisce.

 

Mi sveglio a faccia in su, sdraiato a braccia e gambe aperte in un prato soffice di erba blu. La sfioro con una mano e ne tasto la consistenza e precisione plastica. Non ho nessuna percezione sensoriale a parte la vista. Ci sono delle margherite dai petali rossi talmente gommose, che si possono piegare e curvare in qualsiasi posizione.

Il cielo è viola, ma emette una luminosità da lampada al neon molto intensa.

Nella mano destra ho un telecomando.

Provo a schiacciare dei pulsanti a caso e d’improvviso il cielo cambia colore e l’erba cresce e si abbassa e le margherite aumentano di numero e cambiano di forma. Poso anche far nevicare e piovere, ma in ogni caso, non mi bagno, ne sento freddo o più caldo.

Mi alzo in piedi e guardo agli orizzonti.

Sono su un prato rettangolare sospeso in una dimensione vuota.

Sono solo.

Mi avvio camminando nell’erba soffice che ora è arancione, fino all’estremità, fin quasi sul bordo.

Ho un certo senso di vuoto e paura di cadere all’esterno.

Quindi prima mi metto in ginocchio e poi inizio a strisciare in sull’orlo. Mi sporgo a guardare sotto, facendo penzolare tutta la testa fuori, ma tenendomi strettissimo con le mani.

Più in basso c’è una pallina rotonda che ruota su se stessa.

Ha una maggioranza di colore azzurro blu, con delle strane forme disegnate all’interno in maniera piuttosto confusa e casuale.

Mi sporgo il più possibile per cercare di vedere meglio, e scopro che è la terra.

Allungo un braccio e con sorpresa riesco a toccarla. E’ piccolissima.

La prendo con delicatezza tra l’indice e il pollice e me la porto davanti agli occhi.

Ci sono un sacco di nasi all’insù che mi guardano.

Sembrano simpatici.

 

Una sensazione di solitudine mi pervade. Di nuovo quella paura. Quel vento freddo. Quegli occhi gialli.

Vorrei raggiungere tutte quelle faccine che mi guardano e stare al sicuro, in mezzo a loro.

Ma sono troppo gigante per salirci sopra.

Penso che potrebbero essere loro a venire da me.

Mi infilo la pallina della terra in bocca, stando attento a non morderla e la lascio scivolare nella gola.

13 Responses to “FEARS”

  1. anonimo ha detto:

    sempre racconti brevi-brevi eh?

    buondì!!!

  2. Pillow ha detto:

    ecco……….mi sono messa paura 🙁

  3. ieleina83 ha detto:

    pensavo alla fine ce l’avessi fatta a pubblicare il post… non importa,al più me lo leggo domani!!!!!un kiss buona settimana pure a te!!

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