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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

ROTOLANDO VERSO SUD

Febbraio 8th, 2005

Passo le prime ore del pomeriggio in un iperattività mentale e una scarsa presenza fisica, fatta di pensieri in circolo costanti, muscoli in tensione nervosa elettrica, brevi sonnellini nel letto ancora sfatto dalla notte e righe rosicchiate svogliatamente da Ecstasy di Irvine Welsh.

Un leggero mal di testa, postumo di qualche bicchiere di vino della sera precedente, mi ronza in tondo come un ape che voglia impollinare un bel fiore, fastidioso come un rumore di sottofondo, in un tentativo di concentrazione.

Cerco di scacciarlo annaspando sbracciate a vanvera, nell’aria pastosa della camera.

Il sole va e viene a ritmi irregolari, illuminandomi e spegnendomi con il riverbero bianco sulla facciata posta di fronte.

Mi ricorda lo stupido passatempo di abbagliarsi con gli specchi o col vetro dell’orologio, ai tempi della scuola.

Il cerchietto bianco sul culo della proff girata alla lavagna.

Vorrei impasticcarmi con del Moment sull’enfasi del libro che sto leggendo, per farmi un viaggetto nelle terre della forma fisica, ma mi trattengo, considerando soluzioni più naturali, tipo infilare la testa sotto il cuscino.

Prima dell’appuntamento con F., dedico venti minuti filati alla pulizia interna del rottame giù in garage. Mi sparo della english house nell’abitacolo a tutto volume, a coprire il risucchio asmatico dell’aspirapolvere, che pare sul punto di esplodere, per quanto la costringo a sorbirsi, attraverso la proboscide corrugata.

Pulisco pure il parabrezza con l’alcool puro, disinfettandomi involontariamente, tra bruciori lancinanti, le nocche delle dita arse dal freddo dell’inverno.

Abbasso la musica prima di finire, perché rintocchi lugrubi di campana, annunciano che qualcuno se l’è squagliata a miglior vita.

Sono un tipo rispettoso in fondo.

Mi tappo le orecchie perché non voglio che quel suono troppo greve, mi faccia vibrare da testa a piedi, come colpito da un batacchio in bronzo.

Considerato il sonno e l’allegato nervosismo, devo indossare e svestire l’intero guardaroba prima di trovare qualcosa, che mi renda simpatico lo specchio. Mi spalmo di cremine tonificanti la faccia sbattuta da tossico.

L’ennesimo paio di jeans da scartare, dato che non riesco a infilarli oltre la metà coscia. Tutti questi esercizi di squat mi stanno tonificando il sederino. Al resto ci pensano i bagordi alimentari.

Tra un pò potrò pubblicare, per i magri stecchiti, la collana VHS, "sette chili in sette settimane". In più, si intende.

 

Al centro commerciale, interi reparti militari di ragazze in stivali e jeans strizzati, marciano per i corridoi dai pavimenti luccicanti, con sorrisi bianchissimi, specchiandosi in vetrine in saldo, vuote di acquirenti e colme di fondi di magazzino.

Voglio arruolarmi, voglio arruolarmi!! Ragazze, sarò il vostro generale. Prenditemi! I am for sale!

F. mi ricorda che sono stato congedato per insufficienza toracica.

Gli faccio notare che ora ho un petto che lui se lo sogna.

Mi fa sé sé e mi indica X che scende all’uscita sull’altra scala mobile. Quasi non la riconosco, tutta incappottata, con gli occhiali mosca da sole e la frangia bionda negli occhi.

Le faccio ciao ciao con la manina in un modo  troppo infantile, come si farebbe alla mamma fuori dal cancello, che ti abbandona all’asilo il primo giorno di scuola.
La vedo scivolare via tra la folla, trasportata dal nastro mobile, disperdendosi come un fiore lanciato tra le rapide schiumose di un torrente di montagna.

Passiamo al bar del secondo piano che la nostra cameriera preferita sta staccando. Ci concede un minuto per comunicarci che da marzo, staccherà definitivamente.

Notizia sconvolgente, cerchiamo di consolarci con il primo aperitivo e la sfilata primaveraestate sul corridoio.

Mamme e figlie, commesse in pausa caffè. Acquirenti dell’ultimo sconto. Sigle girls con amiche consigliere. Fidanzate con ragazzo portaborse e mogli con marito babysitter.

Fianchi ancheggianti, seni sobbalzanti, labbra lucide e un orgia di profumi inebrianti. Premo il tasto rewind ogni volta che mi sfugge qualcosa, per poi ricontrollarlo al fermo immagine.

 

Appuntamento in enoteca. La compagnia si amplia. La casetta dei sogni!

La baita di Heidi in pieno centro commerciale. Il tetto a falda. Legno al pavimento. Alle pareti scaffali e scaffali di bottiglie di ogni razza, religione ed età.

Come a Zio Paperone, mi compaiono i dollari sugli occhi per lo stupore. Solo che al posto della esse barrata, ci sono due bottigliette che girano come nelle slot machine.

E’ la prima volta che ci entro, e gia mi sento a casa.

Dietro al bancone non c’è quel brontolone severo del nonno, ma quell’allegrone di Peter

Spaziamo fino alla chiusura, tra la macchia mediterranea delle terre arabe e africane della Sicilia, arrampicandoci su per verdi colline toscane fino a fermarci nelle langhe piemontesi, ai piedi delle alpi innevate.

Sempre con un calice nel palmo e la lingua sciolta, sempre più sciolta, talmente sciolta da perdere poi, sul finale, ritmo e logica. Calcio, musica e donne, vini, aromi e mercato immobiliare, convivenza e l’inter che non vince mai.

:-Mamma, si pronto? Vedi che non vengo mica per cena, mi fermo fuori, sai..degli amici..

Calcio, musica e donne, vini, aromi e mercato immobiliare, convivenza e la juve, sì che pure lei a volte non vince.

Un cognac, aromatizzato alla grappa alla pera, conclude la serata e varia il sapore nel palato.

 

Fortunatamente L & Bistrot Food & Friends è lì dietro l’angolo e lo raggiungiamo a piedi.

Mi faccio l’areosol con le penne al curry, sopra le quali faccio nevicare metri di grana che bloccherebbero la A3 in piena estate. Ho il senso del gusto ipersensibile agli aromi. Le penne mi scivolano nello stomaco in astinenza, riempiendolo in ogni anfratto senza appesantirmi.

Mi sento i movimenti leggeri e se ruoto la testa, posso sentire l’aria che sposto. Sono un pò insicuro seduto sulla sedia, come un bambino che si accomoda per la prima volta a tavola su una sedia tutta sua e non sulle ginocchia di mamma e papà e si sente grande. Ma gli fa solo in parte paura, il fatto di non toccare con i piedi il pavimento.

Ci alziamo a cena finita e un’altra bottiglia di vino ha anestetizzato le giunture delle ginocchia. Poggio i piedi lentamente a terra, facendo pressione, come a testare se il ghiaccio sia sufficientemente spesso.

Ci concediamo una dovuta e piacevole sgambata di quindici passi fino al sostegno piacevole e rassicurante del bancone.

Si aggiungono altri amici, qualche ragazza.

.. Calcio, musica e donne, alcool, ricordi di nottate passate, cene da organizzare, silenzi e sguardi di perlustrazione, e bhè già, la juve che perde ancora.

Qualcuno esce all’esterno a farsi le sigarette.

Le due bariste, che potrebbero essere mia mamma e una sorella più vecchia, mi lanciano qualche sorrisino, delle pillole sottoforma di occhiatine rapide. Mia sorella mi fa anche un coppino buffetto sul retro del collo.

Ho le parole asciutte e secche nella mente e la coordinazione verbale troppo diluita.

Rispondo con dei semplici sorrisi.

 :-Magari un’altra volta ragazze!

C’è una tipa bionda, carina ma non appariscente, al mio fianco.

Il suo ragazzo la sta trascurando per delle altre bionde profumate al luppolo.

Abbiamo dei contatti fugaci di pelle, sottoforma di piccoli e ripetuti incontri di gambe e ginocchia.

Io non evito il contatto.

Nemmeno lei pare.

Parliamo a intervalli irregolari di argomenti sbandati, alternati a brevi sorrisi e vuoti silenzi.

Bevo qualche bicchiere di succo alla carota, perché a quanto pare, alcool e patente a punti, sono incompatibili.

Sono un tipo responsabile in fondo.

Viaggiare in bicicletta in inverno non è consigliabile. Nemmeno in estate, considerato che non siamo affatto in pianura.

Pur entrambi succhi, quello alla carota, non ha lo stesso effetto di quello divino di vino.

La mente mi si disappanna  dal basso verso l’alto, come il parabrezza gelato, sotto il fiato caldo del condizionatore.

Perdo in loquacità e acquisto troppa lucidità e presenza.

La bionda carina ma non appariscente, ha un brufolo esplosivo sul mento e un alito da sera non indifferente.

Abbandono la nave, sgattaiolando di lato, lento ma inesorabile, fino a raggiungere F. e il resto della compagnia.

L’aperitivo delle diciassette si è dilungato fino al nuovo giorno.

Le luci del locale si alzano ed è come il sorgere del sole dei fornai. Indica che si può andare a letto. Finita l’ennesima notte di produzione.

La macchina fuori nell’illuminazione dei lampioni, è un bombolone al cioccolato ricoperto da una glassa cristallizzata di zucchero bianco, che luccica nel buio, come la stella del nord.

Mentre spatolo il ghiaccio dai vetri col le dita insensibili, F in preda all’ispirazione alcolica, mi incide con l’indice nel ghiaccio, un sempreverde “W la F…” su tutta la superficie del tetto, circondandolo poi, con un preciso cuore.

Osservo il suo dito affondare morbido nello spesso strato di brina, come dentro una torta alla panna.

Accosto sotto casa e mi fermo sorridente nella notte placida, ad osservare la scritta, che campeggia evidente come un insegna al neon colorata.

Immagino le vecchiette infreddolite che fra qualche ora, risucchiate, come automi sotto ipnosi della fede, alla prima messa della domenica, leggeranno e pregheranno poi per me, tra i banchi freddi e duri di legno, nell’eco vuoto della chiesa, per redimermi dal male oscuro della perdizione.

Nonne non esorcizzatemi please. Voglio annegare in questo piacevole male. Lasciatemi scivolare sul fondo.

 

Rientro in casa tutto sommato ad un orario decente, che però in effetti, assomiglia molto ad una mattina inoltrata, considerato l’orario di partenza.

Mi siedo sull’orlo del tavolo per qualche minuto a vedere la tv, nel caldo degli ultimi ceppi di legna che ardono nella stufa della cucina. Lo schermo mi guarda senza espressione alcuna in silenzio.

Mi abbraccio alle coperte tenendole strette.

L’ultimo cd dei Negrita è un rock sudamericano  di denuncia e caldi paesaggi.

Mi addormento nella sabbia della spiaggia di Baja.

Il riflusso lento avanti e indietro delle onde, è il ticchettio dei secondi di una sveglia leggera.

Dietro di me, percussioni e fuochi nella notte, arrivano dal profilo vivo e irregolare delle favelas.

 

12 Responses to “ROTOLANDO VERSO SUD”

  1. anonimo ha detto:

    provare a lavorare…brutta espressione…

    pista

  2. SirenVoice ha detto:

    mi brucia la gola. Cazzo fai Mart, mi attacchi i virus via splinder? (sono altri i virus che si trasmettono con il pc, di solito…eheh). Evitiamo i baci, per un pò di giorni. Va là. Un saluto con la mano di lontano.

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