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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

THE DREAMER

Gennaio 17th, 2006

Ho scelto di prendere un treno per arrivare fino a Milano. Il Direttore, del quale molto ingegnosamente continuo ad ignorare il nome, mi attende per le tredici e quindici. Le 13 e 15 di un martedì, per un colloquio. Strane abitudini la gente di successo e potere. A quell’ora io dovrei essere stato in bagno a leggere.

Questo gioiello della tecnologia multiruote ha appena passato la stazione di Ala Avio  e non ha ancora deragliato. Non ha nemmeno tamponato un qualche locomotore astroungarico, abbandonato sui binari a inizio secolo. L’ho solo chiaramente visto non far attraversare sulle strisce pedonali, un aspirante suicida dietro una curva cieca. L’ansia sta iniziando a montare dentro, sottoforma di fitte allo stomaco e budella accartocciate.

Verona si avvicina. Mio Dio. A Verona dovrò cambiare.

Sono un pessimo viaggiatore, con il terrore delle indicazioni stradali, dei tempi da rispettare, delle coincidenze, dei caselli, delle barriere doganali, dei cambi di corsia, delle deviazioni. Tecnicamente sono un ottimo guidatore. Ma mi manca l’esperienza. Ho duecentomila chilometri in archivio, ma tutti percorsi sulla stessa strada. Il problema principale è la vista. Dal mio punto di vista, ci vedo decisamente troppo poco e male, per riuscire a identificare in tempo, la segnaletica stradale. Quando riesci a leggere l’indicazione della tua uscita solamente nel preciso istante in cui ci stai sfrecciando sotto a centotrenta orari, bè cazzo, è decisamente tardi.

Tutte le altre difficoltà sono dovute ad eccesso di zelo e precisione, una certa ansia ereditaria da parte di madre e il celeberrimo mal d’auto risolto solamente con la maggiore età. Per questo ho scelto il treno. Perché in automobile, una volta passata la barriera autostradale di Milano, le troppe opzioni, sottoforma di svincoli, semafori, cavalcavia, rondò, sottopassi, incroci, mi avrebbero stroncato di crepacuore. O forse sarei annegato nel mio stesso sudore. Certo il treno ha questa dannata complicanza del cambio. Ma ho gia adocchiato nei sedili laterali, due vecchietti che, ho origliato, faranno il mio stesso percorso. Quindi non mi resta che seguirli. Hanno tutta l’aria di chi la sa lunga in fatto di scambi ferroviari. E poi male che vada, loro hanno l’esperienza. Mi caverete dai pasticci cari i miei nonni.

A differenza delle lamentele che si sentono ai tiggì, le carrozze non sono sovraffollate e soprattutto, solo linde e profumate di mentolo, come un bagno dell’autogrill nella notte. E non c’è nemmeno la signora col cestello di vimini sull’uscio, alla quale dover dare la mancia. Per la verità alla partenza, ho visto una grosso animale, informe e peloso, aggirarsi per gli scompartimenti, occhi pesti e aria truce e poco rassicurante. Era il controllore del turno di notte. Si è fatto Roma-Brennero-Monaco andata e mezzo ritorno in piedi in precario equilibrio nei corridoi. Gli ho fatto obliterare la tessera della biblioteca e mi ha dato dieci euri di resto, scusandosi per l’inconveniente.

Stiamo migliorando il servizio. Il locomotore sbuffa nuvole di vapore, che nel freddo padano, si solidificano e diventano perturbazioni altlantiche. Il macchinista in canotta bianca, alimenta la caldaia con badilate di carbone via via meno energiche. Un contadino ci supera sulla destra, lungo una sterrata di campagna, a bordo del suo trattore. Ha i capelli scompigliati dalla velocità.

E’ un giorno importante nella mia vita.

C’è qualche possibilità, di realizzare un sogno. Ad essere onesti, in ambito lavorativo, i sogni non hanno motivo di esistere. Tecnicamente con l’applicazione, ogni risultato è raggiungibile. Quindi non occorre tenere gli occhi chiusi e sperare. Ma ben aperti e rimboccarsi le maniche. Dal canto mio questa regola non è valida. Non ho fatto nulla per raggiungere ciò che desideravo.

Ho solo avuto una botta di culo clamorosa.

Sta di fatto che oggi, in una giornata di per se già fondamentale, mi trovo pure di fronte da un paio di fermate a questa parte, a completare la magnificenza, una sventola bionda, che ha tutta l’aria di sapere il fatto suo. Ho lasciato le montagne alle spalle e finalmente la mia vita si sta popolando di gente di un certo livello.

Stai a vedere che oggi è il mio giorno fortunato.

Sto leggendo Saul Bellow, un nobel mica da ridere. La resa dei conti. Un paio di minuti di ambientamento e poi lei, per forza di cose, attaccherà discorso. Il tipo intellettuale tira sempre. Anche se calza delle sneakers gialle. Aspetto paziente. Ha tutta l’aria di una laureata, ramo legislativo, a giudicare dall’abbigliamento vellutato tinte marroni pastello e dall’occhiale dalla montatura pesante. Aspetto paziente. Nonostante le sbirci più volte le mutandine attraverso le pagine del libro, lei si ostina ha guardare il paesaggio. Sono umiliato. Degli appezzamenti rettangolari arati in dicembre e ora spavaldamente ingellati di luccicante brillantina hanno più successo delle mie labbra carnose. Medito su qualcosa di moderatamente scenico ed estremamente intelligente col quale rompere il ghiaccio. Ma nella mezz’ora successiva non faccio che rileggere per dieci volte la stessa pagina.E’ un cambio di capitolo. Una pagina bianca.

Il nonno, si proprio quello che non mi ha fatto perdere la coincidenza, esasperato dal silenzio, dai sedili laterali, si toglie il cappello e inizia a dialogare con la mia preda. Del tempo meteorologico. Carogna. E’ solo l’esperienza. Lei risponde amabilmente. Ha una voce sensuale da call center erotico.

Sono umiliato. Questo è decisamente troppo. Vado in bagno.

Ci sono bagni sul treno? Ci sono. Anche se l’esistenza mi pare eccessiva per una si piccola entità. Quando esco, il bagno delle carrozze 137 e 138 non è più dotato di specchio. Devo alle Ferrovie dello Stato suppongo una cifra tra i cinquanta e i cento euro. Più un eventuale ammenda per danneggiamenti e atti di vandalismo. Nel riallacciarmi i calzoni ho mandato con una gomitata involontaria, la superficie riflettente in frantumi.

Fortunatamente mi ero gia specchiato. Tutto in disordine sul mio viso come al solito.

Nonostante tutto, nonostante un nonno di ottant’anni se la stia spassando con la mia ragazza, nonostante lo specchio rotto comporti un tot anni di sfighe, oggi continua ad essere un ottima giornata. Sto per mettere le mani sul lavoro dei miei sogni.

Sul taxi che mi porta alla sede del giornale, considero che la prima richiesta che farò al direttore, dall’alto del mio nuovo incarico di editorialista dell’inserto letterario “Libera espressione ” sarà quello di cambiare il nome del quotidiano. Inutile continuare a chiamarsi Corriere della Sera quando si esce all’alba. Chiedo al tassista conferma sul fatto che il Corriere della Sera esca effettivamente di buon ora. Nemmeno lui sa aiutarmi.

Incontro il direttore in ascensore. Un uomo dall’eleganza impeccabile. Toni marrone pastello anche per lui e occhiale senza montatura. Questo marrone mi preoccupa. Continuo a indossare le mie scarpe gialle. Dopobarba di Y.S. Laurent. Così a naso. Probabile si sia rasato di fresco in ufficio. Lo vedo inclinare la testa di lato e osservare i caratteri minuscoli, che dalla mia tempia destra scorrono sul cranio rasato. Giro la testa di un quarto per facilitargli la lettura. Fa una smorfia soddisfatta molto cinematografica.

Il tuo unico limite è qui dentro.

:-Esattamente. Sorrido.

:- Niente male, mi dice, puntandomi l’indice e strizzando l’occhio, prima di uscire. Molto cinematografico. Probabile sia stato il corrispondente dal Giappone in visita alla sede, penso fra me e me.

Non c’è ricezione dentro, ma la segretaria è semplicemente la prima di una serie di file di scrivanie. C’è un frastuono assordante di tastiere spremute. Sembra di stare in un prato montuoso dall’erba alta, infestato da grilli con la raucedine.

:-Ho un appuntamento con il direttore per le tredici e quindici, sorrido.

:-Oh, oh, accidenti. E’ appena uscito in ascensore per pranzo. Temo dovrà aspettare.

Le guardo nella scollatura.

:-Non c’è problema, sorrido. Credo ci siamo già detti tutto. Gli faccia avere questo. E’ il mio pezzo di presentazione.

:-Ha il suo numero?

Annuisco. Sorrido.

:-Un ultima cosa. Una curiosità. Ma voi, uscite al mattino o alla sera?

:-Sinceramente non lo so. Sono solo la segretaria.

Sorrido. Le guardo nella scollatura.

14 Responses to “THE DREAMER”

  1. Pillow ha detto:

    Paesone stamattina.

    Pilow entra timidamente in un negozietto di campo de’ fiori per acquistare una maglia che le piace.

    La prova senza permesso, il negoziante la sgrida, lei si gira, metà con la mglia, metà senza….. Il negoziante le fissa le pere, le benedice, e le dice che può provare ciò che vuole.

    ti bacio.

  2. Ariannasfire ha detto:

    editorialista al Corriere della sera … mica male! allora offri da bere a tutti!!!

  3. anonimo ha detto:

    qui mangeno solo verdura. sigh.

    pista

  4. boxroom ha detto:

    INCREDIBBBBILE!!! MART, ma ti rendi conto??? Hai riconosciuto una canzone sul mio blog!!!!!! Provvedo subito.

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