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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

UN BREVE CENNO SULLE LIBERTA’ INDIVIDUALI: L’ASPIRANTE SUICIDA E IL SUICIDUS INTERRUPTUS.

Settembre 10th, 2008




Non so. Ricordo che un insegnante di comunicazione si era raccomandato nel corso di una qualche lezione: evitate assolutamente di usare l’intercalare – non so!

Che senso ha, diceva, intercalare un – non so – dentro un discorso affermativo. O lo sai o non lo sai, coglione!

Un tizio dal morir dal ridere. Non so, comunque, me ne stavo andando decisamente a zonzo e tutto li. Era primo pomeriggio, bivaccavo al solito sul divano: c’era un frastuono assurdo, fuori, tanto che non riuscivo a concentrarmi sulla lettura nemmeno chiuso dentro al cesso. Così avevo preso e mi ero detto: me ne vado a quel lago lì, ci sono dieci gradi, non ci sarà nessuno che rompe. Ed in effetti era così: c’era solo un freddo becco e la filodiffusione comunale che da un altoparlante elargiva musica ad un volume insopportabile.

Era decisamente il mio giorno fortunato.

Un tantino demoralizzato, avevo deciso di darmi alla macchia: una direzione senza meta, ma verso destra. A destra ero sicuro, si andava verso la fine del mondo. Solo boschi di conifere, paesi di vecchi, e caprette che si allenavano nel salto in alto lungo i muretti a secco. Un, due, tre: oppp!Una pacchia, tanto che mi ero messo a guidare un tantino come un minchione, con le mie canzoni preferite e il braccio fuori, semiassiderato. Facile che stessi anche cantando e allora la scena era proprio pietosa. Ma il sottoscritto, finalmente realizzato.

Poi ad un certo punto, succede sempre così – quando meno te lo aspetti – rischia che ti succede l’irreparabile. Una forma di vita mi si para davanti al veicolo dietro alla curva più infima dell’intera cartografia nazionale. Evidentemente facendo troppo conto sulle capacità frenanti del mio modesto veicolo. Non so come, probabilmente grazie a tutti i vezzeggiativi che dedicai a Nostro Signore in quei brevi secondi di frenata, ma il mio poco apprezzato mezzo, si fermò. Puntuale puntuale, preciso, proprio dove doveva arrestarsi per non macchiarsi con dell’antiestetico sangue.

In un posto del cazzo simile, uno si aspetta sempre che ad attraversargli la carreggiata a tradimento, sia un qualche mammifero dato per estinto, o più normalmente, un quadrupede cornuto, molto ramificato. Ma alzando la testa dal cruscotto sul quale mi ero abbandonato, sfinito, – la sensazione fisica era simile a quella successiva ad una pallonata nelle palle – mi rendo conto che il cornuto è un bipede della razza umana. E non faccio nemmeno in tempo a dedicargli una qualche poesia d’affetto e stima – Francesca, remembri ancor… – che me lo ritrovo seduto al mio fianco. Un po’ ansimante, ma per il resto pronto come un passeggero in partenza, ben allacciato.

Mi fa: mi daresti un passaggio?

Ciccio, sei già bello e salito, desideri magari un caffettino prima della partenza? penso.

Ma poi opto per un più cordiale, Dio…volevi morire?

Magari una mezz’oretta fa, mi risponde questo tutto serio, ma poi ti spiego. Adesso ti scoccerebbe rimettere in moto e partire?

Lo guardo di traverso come si guarda uno scemo, uno  scemo molto convinto della sua scemeria, e rimetto in moto. Sono momentaneamente privato dell’uso del linguaggio comune, quindi riparto e sto muto come un pesce. Per un paio di chilometri non vola una mosca, guardo fuori dal mio finestrino di sinistra, conto gli alberi, regolo il volume con la mano destra. Mi ricorda un tantino la stessa atmosfera che si crea quando porto a spasso qualche ragazza e non mi viene niente di intelligente da dire, e neanche a lei, se è per questo.

Poi ad un certo punto, proprio mentre stavo vedendo una capretta di colore che si apprestava a battere il record olimpico di salto del fossato, il tizio interrompe la tregua (olimpica) e mi fa:

sto scappando dalla polizia.

La capretta fa un nullo (e viene sacrificata). Io lo guardo un attimo. Questo qui c’ha l’aria del malvivente come io c’ho la faccia dello sciupafemmine. Quasi che gli rido in faccia. Al massimo può aver combinato una marachella all’oratorio, tipo aver disegnato i baffi finti al ritratto di Padre Dehon.

E’ l’effige del paulotto over trenta, quello che vive ancora con i genitori, quello che indossa il golfino anche l’estate e si pettina come Richy Cunningham. Quello che la sua migliore amica è la zia zitella cinquantenne, quello che accompagna la nonna al Santuario della Beata Vergine delle Grazie. Seduta dietro come nei taxi, una domenica si e l’altra anche.

Ci metto troppo a pensare quale reazione devo avere e quindi questo qui riprende: lo hai visto quel ponte qualche chilometro fa?

Mi illumino (d’immenso).

Si si, gli faccio, nuovamente pimpante. Quello con le nuove recinzioni al parapetto, i dissuasori anti suicida. Rido. Non c’è più religione, gli dico, scrollando la testa. Non si ha neanche più il diritto di morire con comodità. Ti tocca proprio farti sparare in guerra. Almeno sono onesti, di quelle non ne fanno mai mancare.

Mi fa. Ce l’avevo quasi fatta, ma non ti arrivano quelli li? Hanno acceso la sirena, me la sono data a gambe levate.

Ce l’avevi quasi fatta a  far cosa, gli chiedo? Mi ero quasi convinto fosse un vandalo.

A scavalcare! Che domande! mi risponde.

E dove credevi di andare scusa? Nell’orto del vicino? Ma hai visto quanto è alto?

Di sotto, di sotto volevo andare, mi fa quasi spazientito. Sono un suicida.

Ah!, gli faccio. E dopo una pausa aggiungo: mi spiace.

Mi spiace è una frase che va spesso bene, alle persone piace sentire che c’è qualcuno che non se la passa allegramente al loro pari.

Ti spiace che mi volevo ammazzare o che non ci son riuscito, fa, il precisino.

La seconda ovviamente, gli confermo, facendo un tantino di confusione.

Lo vedo che mi guarda un po’ scocciato e perplesso: scusa, ma non dovresti tentare di farmi un tantino desistere dal mio progetto?

Ah guarda, io sono per l’assoluta salvaguardia delle libertà e delle scelte personali, gli faccio presente. Non ci è rimasto molto altro, meglio difenderle.

Anche quando vanno contro la vita stessa? Il Signore non sarebbe molto contento, dice lui.

Lo avevo detto io che era un paulotto!

Il tuo amico mette tanti di quei bastoni fra le ruote della tua vita, dico, che dovrebbe almeno pensarci prima di dire quel che è giusto o meno. E comunque sei una sorta di proprietà privata. Il comunismo è fallito. Lotta! Ah. E vivi anche in una regione autonoma per di più, puntualizzo. Devi lasciarti mettere le mani addosso solo da una qualche bella ragazza, o da un ragazzo, se preferisci. Anche questa è libertà individuale.

Uh! Sembra stupirsi.

Lo guardo, non è che abbia l’arguzia della volpe cesellata tra le linee del suo profilo. Ma l’immagine che la sua figura proietta verso l’esterno, è decisamente nitida e permette di comprendere il personaggio e le sue difficoltà con una certa precisione: L’insieme non può che suscitare un che di tenerezza. Questo qui è spaurito e impacciato al mondo, come il cerbiatto che avrei dovuto investire.

Finiamo per pensarci tutti prima o poi, non ti preoccupare, gli dico. La frequenza, l’intensità, e l’approssimarsi, dipendono poi dal quantitativo delle distrazioni che uno ha a disposizione, e dalla durezza della corteccia. Dovresti fare un pochetto di sport, cerco di convincerlo, mentre gli tasto un bicipite floscio e bianchiccio che neanche mia nonna.

Bere qualcosina di forte, farti degli amici con una pessima reputazione, cose di questo genere. La leggerezza è importante considerato quanto ti schiaccia al suolo la forza di gravità, gli dico.

Annuisce come una pecorella alla quale hai appena chiesto se la puoi tosare, un pomeriggio di luglio in spiaggia.

Non credere stia cercando di convincerti di cosa può essere meglio o peggio per te, chiarisco, questo è solo il racconto di una forma di vita personale. Non riuscita tra l’altro. Il ruminare pensieri è la forma di dipendenza più tossica in circolazione: su questa sì, dovrebbero legiferare.

Hai una sigaretta, mi chiede?

Gli indico un cassetto sul cruscotto. Dopo qualche minuto riesce finalmente ad accenderla, a momenti mi muore soffocato.

Bravo, così mi piaci, lo incito. Ti porto a bere una birretta? Annuisce, mentre sporto fuori dal finestrino credo cerchi di riprendere fiato nei polmoni.

Ti avviso che dobbiamo fare dietro front e ripassare sopra il ponte però, gli faccio. Se vuoi che mi fermi, basta che lo dici.

Sono serio, lui mi dice, tu sei un po’ matto.

Detto da un aspirante suicida, lo trovo perlomeno fuori luogo.

Arrivati in prossimità, noto un certo fermento di veicoli che mi allarma un tantino: il ponte e le zone circostanti sono affollati di forze dell’ordine e del disordine, vista la quantità di mezzi, sirene e lampeggianti sparsi tutt’attorno. Una prima pattuglia mi fa fermare.

Il mio compagno di merende sembra tranquillo: non dovrebbero avermi visto in volto, mi rassicura.

Quanto il poliziotto si avvicina mi affaccio dal finestrino e lo accolgo con la più cinematografica delle frasi.

Qualche problema agente?

Lui sembra ringalluzzito dal mio slang adeguato, alza l’occhiale scuro appena sopra le ciglia curatissime, mostra l’occhio azzurro e in piena confidenza mi sussurra all’orecchio: cerchiamo un fesso che un oretta fa si voleva buttare di sotto.

Non pareva una gran perdita, poi aggiunge, ma siamo ligi al dovere. Basta che si faccia trovare adesso, che fra una mezzora devo staccare. Se lo becchiamo un processino per procurato allarme non glielo leva nessuno.

Giusto!, gli dico, strizzandogli l’occhio, la vita è dura e la dobbiamo lavorare, mica correr dietro alle femminucce.

Alza il pollice in segno di assenso.

Bene agente, cerco di congedarmi. Se per lei va bene, noi andremmo a farci una birretta.

Una solo mi raccomando, si premura, prima di farmi passare.

Una e non di più, lo rassicuro.

Inforco gli occhiali da sole e rimetto in moto. Quando gli sfilo accanto gli faccio, pem, scherzoso, con pollice e indice messi a pistola. Mi risponde convinto allo stesso modo, ma mimando un arma molto più grossa, una mitraglietta. Lo saluto mentre ci allontaniamo.

Il superstite alla mia destra se ne è stato zitto per tutto il tempo. Lo osservo fumare un’altra sigaretta: ha già preso un certo stile. Certo con quei capelli non andrà molto lontano.

Siamo quasi al centro del ponte, sulla destra, al di là e sopra la griglia si estendono intere vallate e sull’orizzonte, catene montuose spesso ritratte in cartolina.

Ehi fesso, gli faccio dandogli un colpetto per richiamarlo all’attenzione. Va, va che bel paesaggio!

(Continua a fumare e guardare dritto davanti. Alza il dito medio nella mia direzione)

8 Responses to “UN BREVE CENNO SULLE LIBERTA’ INDIVIDUALI: L’ASPIRANTE SUICIDA E IL SUICIDUS INTERRUPTUS.”

  1. IlCuginoGionn ha detto:

    ::)

    forse il problema è che a napoli ci sono troppi pochi ponti con panorama.

  2. anonimo ha detto:

    Finalmente sono riuscita a leggerti!

    😉

    Anice stellato

  3. anonimo ha detto:

    macciao! 🙂 ho letto quello di klarissa……per ‘sto mese sono a posto!! non importa se non la sai, è una canzone che mi fa incazzzzzzzzare!!

    tantibaciammarty:-) boxi

  4. induttivo ha detto:

    Va, va che bel raccontino! 😉 l’aspirante suicida è un personaggio notevole…

    carissimo Mart, un saluto di buon WE che data la velina, ora non si può neanche più dire: va tutto a puttane…

  5. Ubikindred ha detto:

    Continuiamo a definirlo come sempre: un paese demmerda in cui quello che conta sono i soldi. Se sei un poveraccio ed una puttana ti fa un pompino vai in galera, se sei un ricco e una puttana ti fa egualmente un pompino, la fai ministro…

  6. MARTsideB ha detto:

    Facci pure pregevolissima lettrice!

  7. anonimo ha detto:

    Avevi ragione…proprio divertente! Lo posso dare da leggere ai miei?

  8. rossomoleskine ha detto:

    Essì dai, un bel off topic ‘sto giro.

    Passo per salutarti veloce veloce.

    Promettissimo che mi faccio i tuoi arretrati tutti.

    (rido)

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