Crea sito
 
Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

UNO A ZERO.

dicembre 17th, 2010

E’ morta la mia vicina di casa. Quaranta, quaranta e qualcosa. Troppo giovane o anziana quanto basta, a voi il giudizio. Per quanto mi riguarda, io, che ne ho frequente le tasche piene, adesso, a quell’età suppongo di poter essere, diciamo, arcistufo. Ma d’altronde, secondo il Dott. Galimberghi Fosconi de Ilmiopsicologopuntoit, già ora riporto tutti i sintomi della depressione, lieve. Flessione dell’umore! Noia, apatia! Freddezza, distacco, pessimismo! Ri-mur-gi-na-re! Rossi, Tassotti, Costacurta, Maldini!
Cristo. Le ho tutte.
Differisco invero, solo alla voce – scarsi stimoli sentimentali -. Ma a farmi rientrare nella statistica, qui ci pensano Claudia, e la sua innata capacità al rendersi, irraggiungibile.
Clau-dia! E’ un anno che ti rincorro. Come mezzofondista, faccio, de-ci-sa-mente pena: facciamo che mi faccio doppiare. Quando ripassi, sono quello con la pettorina rosso slavato.
La morte. La morte mi incuriosisce mica poco. Ve lo devo proprio dire. Interesse, mica fifa. Volevo metter su un gruppo d’ascolto, tra appassionati. Studio del timore reverenziale nei confronti della. Perché e percome. Una roba così. C’è da farci delle gran discussioni. D’altra parte, c’è carne al fuoco, la sfida delle sfide: la vita, grande credito dai bookmakers, ma che prevedibilità. Suturazione, e saturazione. Un avversario fermo sulle gambe. La morte, al contrario, un Cassius Clay, ancor più negro. Imprevedibilità e agilità di mente e di fibra: tempistica, metodo, destinatari. E un destro della madonna.
La vicina di casa, s’è beccata un virus, ad esempio, roba di nicchia. Raramente se ne erano visti di simili in circolazione. Eventi che fan clamore al paesone, come una visita pastorale dell’esimio signor vescovo. Domeniche che ti tocca spazzare per bene i marciapiedi, addobbarli con i migliori gerani, le azalee più spocchiose, in un’occasione persino, su editto sindacale, un ex finanziere terrone, lenzuola bianche alle finestre! Robe da matti. Il dovere del devoto. Ma da lì, sai che ciance, che discorsoni, tutti esimi professori! Non ci pare vero d’aver qualcosa al di là del meteo, di un Giuliacci, di un Anticiclone, di una corrente artica.
Affacciati sull’universo, siamo finiti a parlare di figa e del tempo; “Va che gambe, quella mezza stagione.” Crepare fuori media, qui, è come spostare il divano sotto il quale si era spazzato per mesi.
Le morti fuori dal seminato si portano sempre appresso il loro strascico di dubbi e dicerie. Morire in anticipo e morire male, scombussolano quelle due, tre, presunte garanzie che uno pensa di aver meritato in cambio di un’onesta partecipazione. Alla gente gli monta il dispetto. Tocca trovarsi una giustifica, ed è sempre la più becera. Oltre ad esser morto di sfiga, passi anche per traditore. La soluzione a quello che non può essere del tutto motivato, è da sempre, la magagna. Il marcio che c’è sotto. La puzza di bruciato. Un’infinità di cazzate. Se non muori col tumore o da infartuato, al paese, ci avevi sicuro qualcosa derivante dal vizio più innominabile. Va da sé che il fegato della buonanima, ufficialmente, di-vo-ra-to da non si sa quale magagna, è diventato, –  cirrosis causa – tempo di un blitz. Tirare deduzioni secondo teorie causa-effetto classiche, è pratica sempre feconda, all’ombra del campanile. Questo per dire, quanto a volte, sia meglio starsene in un condominio della periferia, dove non ti saluta nemmeno lo zerbino.
La Fernanda se l’è squagliata assai in fretta. Non dico che abbia colto l’occasione, ma mi ero fatto quest’idea: di una insofferente. Roba che la sentivo tossire da anni, estate, inverno, e rimanenti. Uno non può mica tossire così tanto, se non c’ha qualcosa perennemente di traverso. O no? Sta di fatto che, un giorno era sana, ma tempo sei mesi di consulti, cliniche, operazioni, dentro-fuori, va meglio – va peggio, cuci – scuci, puff! Andata. Io non sono per l’aggrapparsi alla pellaccia, per la resistenza ad oltranza, no signore. Già ho sofferto assai dai dentisti e per le ginocchia sbucciate sull’asfalto del collegio. Non vale la pena andare oltre. Per me l’ideale, è defluire in gran segreto, sgattaiolare furtivi, ciulare il portafoglio all’esistenza, e sparire nella ressa. Ve lo dico io. Le separazioni son sempre dolorose. Va’ che questa non s’era mai sentita. Perché quindi tentennare, farlo con clamore, ribaltare le pance, alzare un’acqua alta di lacrime? E le parole poi,  – il discorso diretto – ,che già è il vero strazio dell’intero campare: negli addii, finisce per dare il peggio di se. Difficile se ne sia sentita una azzeccata, dinnanzi ad una perdita. Non che voglia essere un maestro. Dico semplicemente zitti! Bocca cucita, è la cosa più semplice e meno dispendiosa da farsi. Beati i tempi delle caverne e dei grugniti, beati, per i creazionisti, Adamo e quel paio di mezz’ore di solitudine. Che enciclopedia, il silenzio.
Saputo che la Fernanda ci aveva lasciati, mi è toccato passare una settimana da amante furtivo, guardingo, frenato a mano come un gatto sul ghiaccio. Mestiere che non ci sono mica abituato, ve lo assicuro. Un amante sono stato, senza uno straccio di donna, senza mariti gelosi pronti a cogliermi con le mutande calate: niente fornicazione, solo vicini di porta a lutto stretto. Ho camminato per sei giorni rasente i muri, di soppiatto come uno scassinatore, tenendo la testa bassa come un infame, centellinando gli spostamenti, affinando l’udito e la vista come il cane all’angolo, che ringhia ai marocchini prima ancora che imbocchino la via. Cane padano, no mussulmano.
Solo un’ora dopo il funerale, con la decaduta del coprifuoco e a dolore seppellito, ho finito per incontrare nel portico sotto casa, uno dei figli della Fernanda. A quel punto eravamo tornati ad una sorta di normalità, quella normalità in cui le parole, non devono per forza avere un peso specifico, superiore, a quello della decenza. Giancarlo già aveva un mezzo sorriso: credo di essermela cavata, col niente. E’ stata innegabilmente una settimana impegnativa: crea sbigottimento il prendere temporaneamente coscienza del potere delle parole. Fattaccio, c’è da crederci, destinato a farsi frequente con l’andare degli anni, quando gli eventi di creazione e di distruzione, si faranno belli vispi, lungo il cardiogramma. Sì, suppongo che invecchiare consista essenzialmente in questo: tanti saluti all’uso degli aggettivi qualificativi e maggior uso della punteggiatura.
Ho finito, per invidiare mio padre, in queste giornate, da tanto avevo il verbo dietro le barricate. Lui, e il suo ictus ventennale all’emisfero destro. Un’ inibizione quasi completa dell’uso del linguaggio e una camminata sghemba, a perenne memoria. Ricordo, uscito da mesi d’ospedale, come riuscisse a dire che non due parole. Questa mattina. Questa mattina! Con una certa ossessività. Un ipotetico inizio: racconto breve, romanzo. E invece, nulla oltre. Come ci si rendesse improvvisamente conto, superato l’impulso primordiale alla comunicazione, di quanto sia superfluo, il continuare. Mio padre dal vicinato, non si è dovuto guardare: ma in determinate occasioni, la gente dovrebbe imparare a giustificare più i sani che i malati. M’ero, devo ammettere, in caso d’emergenza, qualora la mia mimesi non fosse andata del tutto a buon fine, preparato una frase ad effetto, che a dirla tutta, avrebbe potuto essere tale, solo dinnanzi ad un signor ascoltatore, qualcuno di decisamente preparato. E’ la sola cosa intelligente che abbia letto, sulla morte: è del regista Herzog, Werner. Suona, priva di addobbi ed indiscutibile, così: La morte è ereditaria. Stop. Fertighe! Finito. Alles clar! Ricordo, durante la lettura di quel diario amazzonico, dopo quella frase, una sorta di momento di resa. Non fu tanto il prendere consapevolezza della cosa, ma il senso di inferiorità, che era personale, ma che indiscutibilmente è da farsi collettivo, dinnanzi a cotanta capacità di sintesi ed efficacia. Secoli e millenni passati a ricamare parole su misura alla morte, gesso, metro da sarto, ago e filo, sviliti da un contropiede fulmineo di un crucco. Il senso della vita, sezione letteratura nera, atto enne, titoli di coda.
Al funerale, un vero circo.
Nel sagrato intendo. Un’atmosfera da banchetto funebre zingaro, una scena di kosturicana memoria, ma senza le musiche di Bregovic nell’aria. Solo chiacchiericcio, colpi di gomito fra le coste, pacche sulle spalle, strizzatine d’occhio. Un ciao ciao delicato con la mano, per le signore. Una gran rappresentanza, tre generazioni, forse quattro. Una campestre, solo, listata a lutto e senza le patatine. Sguardi vispi, furtivi, curiosi, grattate al pacco, starnuti, scaracchi, un mormorio di fondo coperto solo a tratti, dalle battute, arcinote, provenienti, attraverso il megafono, dall’interno. Metalliche e disturbate, mi ricordano più una comunicazione Apollo – Houston che la voce soave del cristo. Nonostante tutto, e nonostante non frequenti da decenni, me le ricordo tutte, incise a fondo, come una riga sul disco, un tormentone estivo per le vacanze in riviera. Il cattolicesimo insegna che non cambiare testi e temi scolastici, paga. Altro che riforma universitaria. Il prete, che per l’uso incondizionato del tu verso la deceduta, immagino un co-celebrante di famiglia, si arrampica sugli specchi per far passare l’ennesimo cristiano, non praticante e non frequentante, come un esempio di santità. Mi vien quasi da ridere. Poi sprofondo nello sconforto: non riesco proprio a prenderla alla leggera. Il clima mi deve aver contagiato: oltre ai parenti, sono uno dei pochi. L’assenza di fede diventa “un dedicarsi al volontariato, alle piccole cose, una presenza morigerata e soffusa, senza clamore, inosservata ed inaspettata, di chi non vuole prendersi meriti per il bene donato, ma semplicemente, seguire l’insegnamento di dio, nel suo piccolo”. Potrebbero essere il mio identikit, il mio profilo etico psicologico, le mie non credenziali, questo elenco di virtù e frasi fatte. Mio, come di un vero credente, come di un pluriomicida. Lascio perdere. Esco dal mio corpo, mi dedico alla realtà. Tira un vento svedese da est, crine biondo e sottile, per niente puritano, si infila ovunque, zero confortevole con la pelata. Ecco il perché di tanti vecchi col cappello e col portapacchi. In compenso è un turbine di dopobarba e brillantine al muschio, che è un manna per l’inconscio delle narici. L’acciotolato sotto le suole sottili delle scarpe da tennis, lavora come una riflessologia plantare ma senza darne i medesimi frutti. Sono un’anima in pena, tra chiesa e cimitero. Affondo la testa fra le spalle, e aguzzo l’udito, mentre a passi circospetti e brevi spostamenti, mi mimetizzo, ora qua, ora là, tra le fila sparse degli infedeli. Un funerale è un pomeriggio di permesso con giustifica, dagli orari inflessibili dell’esistenza. Esclusi i condannati dagli affetti, obbligati al cerimoniale, per gli altri è una sorta di rimpatriata, la festa annuale della coscrizione, l’occasione buona per riattaccare bottone, un’ora d’aria prima di tornare sotto naftalina. I vecchi soprattutto, li vedi assetati di attenzioni, bisognosi di emergere, distinguersi, svettare, fra cento cappotti d’epoca, tutti uguali. I vecchi ai funerali, ti fan quasi tenerezza, per quanto li noti tener le chiappe strette, in sudditanza psicologica davanti al padreterno. Trovar da far andare la lingua, è l’unico modo per levarsi da quell’ossessione, quella sgradita sensazione, di stare nella lista d’attesa, di poter essere, il prossimo. Questa è l’impressione che passa, lì sotto la facciata, mentre dentro, il coro femminile, ci da di acuti sopra le giacche di camoscio, di quelli del coro di montagna. Ci sono i piccoli artigiani e il contadiname, facce rubiconde ed espressioni ottuse, i monotematici dell’argomento lavoro.  C’è qualche squinzia, c’è la rappresentanza dell’associazionismo, un paio di casalinghe annoiate con il nuovo hobby del volontariato nel centodiciotto. Giubbotti gialli come un sole catarifrangente, fuori, angeli del focolare in cerca di avventure extraconiugali, dentro. L’amante forse ti arriva sull’ambulanza, sotto le sembianze di un’infermiera poco formata, ma dai fianchi ampi e fertili.
Uno dei parenti, un imprenditore locale, un Ricucci senza il senso dell’eleganza, vestito come un truzzo,  orecchino e maglietta bianca aderente, gestisce la sua impresa a due telefoni cellulari, poggiato sul fianco del suo Suv, appena occultato dietro l’angolo della chiesa. Leggo il dolore e la tristezza del momento sul suo labiale. Qualcosa che ha a che fare con dio e uno dei suoi tir che ha forato in autostrada. Sono tentato di porgergli le condoglianze. Passo sul retro. Dei cimiteri mi piacciono le foto in cornice ovale d’argento su lapide in marmo bianco, dei morti prima degli anni cinquanta.  Mi fermo a dare un’occhiata ai lavori per l’ampliamento del camposanto Vorrei incrociare le mani dietro la schiena, e mettermi a dissertare sulla scarsa funzionalità e qualità estetica, del progetto. Ma ho veramente troppa concorrenza nei paraggi. Il corteo funebre è in arrivo dalla chiesa, per il rito della sepoltura. Altra sofferenza pubblica inferta e da esporre. Nell’aria, il fresco improvviso che d’estate, anticipa l’incombente temporale: stanno per venir giù, secchiate di lacrime, non c’è dubbio. E’ il momento dell’incontinenza. Sensibilone quale sono, quasi mi sto per commuovere per contagio. Sarebbe mica male, se quello che non si è pianto, venisse smaltito attraverso le reni, una volta al mese: così, che uno c’ha magari una certa frigidità, da mantenere. Rimango quel tanto per farmi notare dai familiari, e non passare per del tutto assente. Non ho certezze che una presenza silente possa essere apprezzata, ma è il mio massimo rilancio. Mi alzo sulle punte, metto su la faccia più neutra che mi viene, faccio un cenno a mio zio. Sei pompieri in divisa verde oliva da cerimonia, spingono il feretro sul carretto. Me la filo verso casa.
Lungo il ritorno, fuori dalla banca, mi imbatto nella tizia, che da un tot d’anni, intravedo regolarmente ogni santa mattina, sulla corsia opposta, andando in ufficio. Veicoli paralleli con direzioni opposte che mai si incontrano, divisi da una linea di vernice bianca strappata a tratti: vita sociale non consumata, da parabrezza. Finalmente dal vivo, una quarantenne splendida, più di quel che il mezzobusto dentro l’abitacolo, lasciasse immaginare. Cerco di attirarne l’attenzione, sfruttando la simpatia del nipote che trotterella al mio fianco, ben aggrappato al mio indice, tutto intento dietro un gattone poco propenso a farsi carezzare. Indugio nei pressi, giriamo in tondo ad una macchina, ci infiliamo in un portone. Scruto una qualche reazione. Butto un’occhiata al culo. Tette non male. L’abitudine si ristabilisce. Siamo in se, facili alla dimenticanza. La signora, dal canto suo, non mi degna di uno sguardo.

2 Responses to “UNO A ZERO.”

  1. Smokestar ha detto:

    sempre un piacere leggerti, anche in situazioni così. ti bacio

  2. induttivo ha detto:

    1-0 che dire…ho divorato avidamente questo post e questa scrittura ;)…

    siamo proprio al paradosso, potenzialmente tragico, che la nostra intera esistenza è legata in maniera indissolubile al rapporto con gli altri, quanto lo è con la loro separazione.
    L'aspetto più incredibile di questo essere continuamente agganciati e distanti dalle persone è che una qualsiasi persona particolare è potenzialmente una parte nesessaria del nostro esistere….questa l'ho copiata dal sito ilmiopsicologopuntiit 😉

    salutissimi sior Mart
    (buon anno, sperem)

Powered by WordPress. Theme by Sash Lewis.