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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

I RISCHI DI UN MESTIERE..

settembre 5th, 2005

Il Sig. Harry, lo si poteva tranquillamente dire, era in un brutto guaio. Ma non era la solita voce sparsa da qualche ubriacone con la lingua sciolta dai bicchieri di troppo, dentro il solito bar, appoggiato al solito bancone viscido, con l’immancabile sigaretta all’angolo della bocca e indosso, i vestiti sporchi logori e stanchi del lavoro.

No. Non era la solita voce. Perché era la verità e soprattutto, era lui il solo e l’unico a saperlo ed a esserne convinto.

E quando un uomo sente di essere in un brutto pasticcio, lo è veramente.

A meno che non sia uno di quei tizi troppo titubanti e con il passato arso e scottato dal sole e dall’esperienza, che allora hanno semplicemente una gran paura ormai congenita addosso, da non riuscire più a vivere un paio d’ore, senza preoccuparsi per qualcosa, di grave e clamoroso, che a loro dire, non ha ancora trovato il tempo di azzannarli almeno una volta, ma è lì, dietro l’angolo, e prima o poi – oh si Cristo, si, vedrete che arriverà.

E questi tipi non sono così disdicevoli come possono sembrare, solo che hanno addosso quella faccia bastonata e senza futuro, che allora si, vi può fare una certa, pessima impressione.

Ma non si possono dare colpe di questo tipo, perché, a parlarci chiaro, se la vita ti da giù duro, poi è anche naturale che tu te ne possa avere, come dire, un po’ a male.

Non si sarebbe potuto dire, o capire con precisione, se il Sig. Harry, appartenesse a questa categoria.

Ma che il pasticcio fosse nell’aria, per sensazione o per certezza, bè su quello non ci pioveva.

Era uno di quei casini, in cui ti cacci per fame e astinenza e perché, arrivato ad un certo giorno, ti pare di non poter più aspettare. Poi ti capita che la prospettiva è pure allettante e gustosa e sembra possa riempire tutti i tuoi vuoti, con il più dolce e lenitivo dei nettari.

E allora ti ci butti, magari anche tentando un paio di riflessioni prima, e mettendoti addosso un bel paio di stivali di piombo. Ma sia quel po’ di freno tirato per via di quello che hai premurosamente pensato, che il peso alle caviglie, sono un ostacolo e un impedimento effimero, perché in realtà, hai gia deciso e tutto il resto, è facciata per tenere la coscienza pulita.

Te ne esci al largo le prime miglia e l’oceano pur sconfinato, è liscio e denso come una spremuta d’olio e vedi nitido davanti l’orizzonte, e la scia resta disegnata dietro come passi nella neve, che se proprio ti vada di ritornare sui tuoi passi, è li come un filo d’arianna, che non hai che da seguirla.

Hai un gran vento alle spalle, che se pure viaggi col motore, comunque aiuta, e te ne stai a prua, sporto e allungato sull’acqua come se ti toccasse un arrivo al fotofinish, che giù sotto, nell’acqua spessa e verde, puoi vedere la tua brutta faccia riflessa con un sorriso e una premura di arrivare, che sì, ti fa sicuro qualche anno in meno e per assurdo, a qualcuno potrebbe anche piacere.

Per il Sig. Harry aveva funzionato esattamente così.

A un certo punto, la cosa gli era sembrata, non dico facile, ma starsi improntando verso un finale positivo, e nel limite del possibile, anche rapido ed indolore.

E anche la fame gli era aumentata, ma adesso era di quella fame chimica e placabile, di quella che ti assale quando sei sulle scale di casa o nell’atrio del ristorante a mezzogiorno e l’aria è già impregnata di quello che mangerai e quindi non hai che da sederti e tutto sarà finito, in pochi istanti, in pochi minuti.

Si sentiva sicuro e timonava con piglio, convinzione e una conoscenza che nemmeno lui, riusciva a capire dove avesse così improvvisamente acquisito, nella direzione che mai e poi mai, avrebbe potuto dirsi quella sbagliata.

E invece lo era, o più che altro, gli venne il dubbio che potesse esserlo, quando ormai si era spinto troppo oltre ed era troppo notte, sia per rendersene conto, che per riuscire a fare due conti con lucidità.

Il panico ti prende, per prima cosa il respiro, per seconda la sanità mentale.

Momentanea, ma lì per lì è la più inguaribile delle pazzie. E i matti, loro malgrado, possono fare delle gran stupidaggini che nella loro apparenza, sembra però la più corretta delle normalità.

Così il Sig. Harry, si trovò ad un certo punto stranito, perso, svuotato di energia e riempito di dubbi. Ma i dubbi non saziano e anzi, ti creano un vuoto ancor maggiore che sembra ti abbiano estratto le interiora, se non anche l’anima.

E tutti quegli isolotti che ora vedeva alla sua destra e alla sua sinistra e pure alle spalle, dove prima gli sembrava essere lo spazio vuoto che aveva attraversato, ora lo mandavano in confusione e gli facevano crescere dentro paure come funghi, in numero uguale se non maggiore di tutti quegli ostacoli, che ora gli si paravano davanti e chissà Dio, se avrebbe mai trovato, la rotta per uscirne.

Era un uomo, grande, grosso ed esperto  con una collezione di cicatrici li sulla pelle a testimoniarlo.

E pochi, di quelli che lo conoscevano, e anche lui, che in teoria era fra tutti, quello che avrebbe dovuto conoscersi meglio, avrebbero mai pensato, che bastassero un paio di isolotti, una notte buia e un po’ di strizza indefinita, per mandare il Sig. Harry, così fuori di bussola.

Gli sarebbero stati sufficienti un paio di respiri, un serie di bicchierini anche, e il primo filo di luce del mattino in una situazione normalmente complicata, per tirarsi fuori dai pasticci entro la mattina seguente.

Ma invece rimase lì, per tutta la notte e il giorno successivo, con il sole che gli colava a picco e lo friggeva e con quelle isole, che poi erano due ed insignificanti, come gabbia e ostacolo insormontabile, e con la testa fra le mani e le paure nella testa e altre incertezze dentro le paura maggiore.

Rimase lì finche qualcuno non lo trovò e una volta trovato dagli altri, lui ritrovò anche se stesso e il lume della ragione e quella certa parvenza di uomo, che prima di quel viaggio, lo aveva sempre accompagnato e che d’improvviso e per un motivo che ancora non capiva, era divenuta parvenza di bambino.

Essenza, più che parvenza, un puro distillato di paure infantili e inermi capacità di reazione.

I bambini si sa, si cacciano spesso nei guai e poi, una volta inguaiati, basta che si mettano a strillare e poi arriva qualcuno a tirarli fuori dalle grane al posto loro.

Lui aveva commesso solo l’errore di partire per una destinazione che gli sembrava  la soluzione a tutto il suo passato e sicuro lo era ancora.

Ma a volte, quando sei vicino al risultato e non hai mai vinto, le gambe ti si fanno molli e il fiato corto. Ed è facile lì, complicarsi le cose e vedere i guai che si avvicinano da dietro come avversari e il traguardo sfuocare piccolo all’orizzonte.

Sono solo pochi istanti ma ti possono fregare. Nel football la chiamano paura di vincere. 

16 Responses to “I RISCHI DI UN MESTIERE..”

  1. anonimo ha detto:

    eh no eh no,chi è l’uomo tra noi due? chi è che deve portare a casa la pagnotta?

    pista

  2. anonimo ha detto:

    stai lavorando anche per me?

    pista

  3. Frogg ha detto:

    è da ieri che penso come commentare il tuo post.

    *paura di vincere*

    non serve nessun commento.

    è così e basta…

    ‘mo me lo segno….

  4. cat78 ha detto:

    ..e con le sorprese in arrivo le fusa aumentano inesorabilmente 😉

  5. pista ha detto:

    e anche intelligenti,è per quello che lo prendo…polentaaaaaa!!!

  6. Ariannasfire ha detto:

    unisciti a noi per il caffè di metà mattinata!

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