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Rosabella and the Citizen cane.

Il primo potere.

UNO A ZERO. (primo tempo)

novembre 9th, 2010

E’ morta la mia vicina di casa. Quaranta e qualcosa. Troppo giovane o anziana a sufficienza -, giudicate voi a seconda del grado di pazienza che portate nei confronti della vita. Per quanto mi riguarda, io che ne ho frequente le tasche piene adesso, a quell’età suppongo di poter essere arcistufo. Ma d’altronde, secondo ilmiopsicologopuntoit, già ora riporto tutti i sintomi della depressione lieve. Flessione dell’umore, sentirsi spenti, nessun coinvolgimento, niente entusiasmi. Annoiato, apatico, irritabile, di cattivo umore. Tendenza al pessimismo. Ri-mur-gi-na-re. Freddezza e distacco. Sensazione di ridotta energia: sentirsi stanchi al mattino. Insonnia o il non averne mai abbastanza.
Differisco solo alla voce – scarsi stimoli sessuali -. Ma a farmi rientrare nella statistica, qui ci pensano Claudia e la sua innata capacità al rendersi irraggiungibile.
Clau-dia! E’ un anno che ti rincorro. Come mezzofondista, faccio de-ci-sa-mente pena.
La morte riesce a momenti, ad incuriosirmi mica poco. Ve lo devo proprio dire. Interesse, mica fifa. Volevo metter su un gruppo d’ascolto, tra appassionati. Studio del timore reverenziale nei confronti della. Perché e percome. Una roba così. C’è da farci delle gran discussioni. D’altra parte, c’è poco da fare, l’avversario, la vita, porta con se un’alta possibilità di saturazione e mezzi non sempre idonei all’evitare tale accadimento. Siam finiti a parlare del meteo affacciati su una notte stellata. Va che gambe quella mezza stagione. La morte, all’opposto, è indubbiamente quanto di più variegato e sorprendente ci sia in circolazione in termini di tempistica, metodo e destinatari.
La vicina di casa, s’è beccata un viruz, ad esempio, roba di nicchia. Raramente se n’eran visti di simili in circolazione. Eventi che fan clamore al paesone, come una visita pastorale dell’esimio signor vescovo. Domeniche che ti tocca metter fuori i vasi dei fiori buoni sui marciapiedi, dopo averli spazzati per bene. E poi via con le ciance, i discorsoni, che non ci pare vero d’aver qualcosa al di là del meteo. Crepare fuori media, qui, fa sempre un gran polverone. Le morti fuori dal seminato si portan sempre appresso il loro strascico di dubbi e dicerie. Morire in anticipo e morire mare, scombussola quelle due, tre, presunte garanzie che uno pensa di aver meritato in cambio di un’onesta partecipazione. Alla gente gli monta il dispetto. Tocca trovarsi una giustifica, ed è sempre la più becera. Oltre ad esser morto di sfiga, passi anche per traditore. La soluzione a quello che non può essere del tutto motivato, è da sempre la magagna. Il marcio che c’è sotto. La puzza di bruciato. Un’infinità di coglionate. Se non muori col tumore o con l’infarto al paese, ci avevi sicuro qualcosa derivante dal vizio più innominabile. Va da sè che il fegato della buonanima, fregato da non si sa quale batterio, al paese dopo se l’era già rovinato la bottiglia. Tirare deduzioni secondo teorie causa-effetto classiche, è pratica sempre feconda all’ombra del campanile. Questo per dire, quanto a volte, sia meglio starsene in un condominio della periferia, dove non ti saluta nemmeno lo zerbino. Salve!La Fernanda se l’è squagliata assai in fretta. Non dico che abbia colto l’occasione, ma mi ero fatto quest’idea, di una insofferente. Le notizie ufficiali e non, lasciavano presagire dal poco di buono al pessimo, a seconda di quanti aliti pesanti avessero attraversato. Dato per scontato l’augurio collettivo della guarigione e dell’immortalità, la realtà dei fatti è che ognuno, nella speranza, nel dio, o nella casualità, s’era fatta una sua idea sulla tempistica. Io m’auguravo, detto fra noi, che se l’irreparabile proprio dovesse accadere, che capitasse mentre me n’ero in ferie all’estero.
 
 

L'ANNOSA QUESTIONE DEI RAPPORTI FRA DIRETTORE ED EDITORE.

ottobre 6th, 2010

Nel tempo ho commesso l’errore di segnalare questo spazio alle persone che ora, nel periodo in cui le scene narrabili della vita si fanno via via più rarefatte, ne potrebbero essere le uniche protagoniste. Comparse, scenari di fondo su cui muoversi, sceneggiatori, produttori soprattutto. Questo comporta un deciso imbarazzo nel. La possibilità di accedere a questa poco celata autobiografia in corso, mi è sempre parsa una concessione da farsi con cautela e parsimonia. Ma parzialmente certo di quest’arte, non ho potuto resistere alla vanità di mostrare una qualche dote. Con poca meno titubanza, si sa, si finisce diversamente per selezionare le persone di cui circondarsi. Con una certa decisione e celerità, o perlomeno, per il sottoscritto è stato frequente così: una sorta di raffinare lo zucchero senza passare per la pianta, con maglie selettive e trame strette, sin dalla partenza. Ci si trova quindi, dentro gli anni trenta, con un nugolo sempre più ristretto di persone attorno. E’ il garantirsi sere d’estate all’aperto, quiete. Pochi fastidi, un soffuso ronzio di tanto in tanto, poche ombre volteggianti ingigantite da una candela sotto vetro, sulla parete di fondo. Quando i fatti da raccontare rischiano di essere esclusiva dei protagonisti degli accadimenti stessi, la liberta d’espressione del narratore, arrossisce e tentenna. Pudore contro franchezza. Non rimane forse, che attendere d’invecchiare, augurandosi di mantenere una buona memoria, e che il tempo –  non mancherà di certo – perseguisca il suo fine principale, il farci allontanare nuovamente.

RIPENSARCI.

settembre 14th, 2010

Come un Angelo Di Livio, detto "Soldatino". Vent’anni a perdifiato sulla fascia, l’idea di uno con tutta l’intenzione di buttarsi di sotto, se mai il prato finisse come in una vecchia concezione del mondo, piatto sul vuoto.
Ma poi una gran frenata, appena prima del limite, difensori a ruzzoloni e lui ben saldo, dritto ed eretto, baricentro basso e busto di piombo. "Non ne ho mai avuto l’intenzione", in realtà.
L’unica, la sola conosciuta, finta, e poi un cross, sghembo perlopiù.

TRENT'ANNI.

luglio 16th, 2010




Trent’anni: la promessa di un decennio di solitudine, una lista sempre più rada di scapoli da conoscere, un entusiasmo sempre più vago, sempre più radi capelli. (Jack Carraway, da Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald)

CICLISMO.

luglio 2nd, 2010




All’olfatto, i fiori del sambuco a fine fioritura, mi danno la nausea. Potrei dire solo ad un eventuale terapeuta, cosa mi ricordano, non senza taluni imbarazzi. Mi tocca di alzarmi sui pedali per un cinquanta metri, per levarmi dall’impiccio. Vengo via agile e ciondolante come uno scalatore spagnolo magro e in aria di doping. Venti pedalate e mi rimetto in posizione da cicloturista, che già non ne ho più. Tre squinzie sul marciapiede mi stimano con l’aria di chi la sa lunga in fatto di uomini, certe nel bocciarmi come delle quarantenni, che di maschi ne sanno tanto da averne ormai piene le tasche. Abbasso lo sguardo offeso, non prima di aver apprezzato il contenuto della canottiera rossa della tizia di destra ed aver invidiato il suo fidanzatino. O meglio. La fila di tipi che probabilmente nel prossimo quinquennio, se la faranno. Certe scene ti fanno fare una retromarcia nel tempo e ti costringono ad imbarazzanti paragoni, tra certe tue età bibliche, ed i tempi ultramoderni. Questi giovani, a me adulto, mezzo anziano, vecchio, provocano qualcosa che sta fra l’impraticabilità del campo e la consapevolezza di morire fortunatamente entro i prossimi cinquant’anni, e non vedere. Accelerazioni temporali così repentine, da provocare un vuoto d’aria allo stomaco. Come quando mio padre, riportandomi in collegio la domenica sera, prendeva troppo forte il dosso su Viale Verona, ribaltandomi pancia e groppo in gola. Il collegio. La simulazione dei gol della domenica sportiva, con un Subbuteo artigianale costruito con i Lego, e giocatori misti, tra cui spiccava la gomma a forma di orso, ma bipede. Le partitelle nel piazzale della signora Elsa. Tra l’odore delle merde di gatto e il poggiolo coi gerani incombente. Lady, la cagna nera come un arbitro, che ringhiava attraverso il cancello dell’orto, a toglierci quel poco di tranquillità. E ancora. Certe partite a nascondino. Un po’ più tardi. Le prime prove con la vespa sulle strade di campagna. Un amico che sopportavi per necessità, perchè era l’unico, che impennava la tua, di vespa. Il filo dell’acceleratore che saltava. La solitudine. I cugini. E. E poco altro. Che gli anni ottanta erano poveri di possibilità, di occasioni, di concessioni dall’alto, di spritz. Vent’anni dopo, al paesone, poco è cambiato. Una faraonica rotatoria, un bypass in galleria in via di ultimazione, l’illuminazione pubblica che ha svoltato sull’arancio. Giusto per sembrare più periferia cittadina, che vallata agricola. E poi le quarantenni che escono a camminare o a pisciare il cane in gruppo, per tenere chissà quale linea. Tutto qui. Allo stato effettivo delle cose, solo la pubertà può dirsi realmente cambiata, nel senso dell’essere al passo coi tempi nazionali. Sulla qualità dei tempi poi, ci sarebbe da discutere a lungo.

Imbocco la rotatoria, e prima che le dimensioni mi facciano montare l’invidia del pene, riesco ad individuare l’uscita per il raccordo anulare. Dai locali della centrale elettrica a servizio della nuova galleria, esce il profumo del calcestruzzo in maturazione. Ne respiro a pieni polmoni, un paio di boccate. Idem con l’asfalto steso da pochi giorni, che sa piacevolmente di catrame. In tempi di castelli di carte, di progetti non approvati, di delibere che non arrivano, le grandi opere durabili, mi inebriano la mente.

Parcheggio la bicicletta che non fanno manco le ventuno. Ci sono certe vecchie, che vanno ancora a spasso.

(ANDIAMO SULLA STATALE, A GUARDARE IL CANTIERE PER LA POSA DELLE FIBRE OTTICHE)

giugno 18th, 2010




Se fossi sentimentale, sentimentale al modo delle femmine, il modo ipersensibile a qualsiasi sfiorare e più propenso ad una logica passionaria che razionale, bè se fossi quel tipo di sentimentale, forse la scena mi sarebbe parsa più tenera che triste.

Ma allo stato dei fatti, di un’ottica ormai deviata, da cosa poi? dalla lucidità o da una colossale fase di rientro, difficile a dirsi, insomma allo stato attuale, ben poco altro, di più triste, mi è capitato di vedere. Nemmeno la scena a colori (verde e grigio, primavera inoltrata sotto nubi gonfie di pioggia) può molto, pur provandoci con sfarzo di colore ma poca variabile di tono, per migliorare lo stato d’animo della visione in se. Un bianco e nero sarebbe stato, una sorta di apologia della decadenza. Ma siamo per ora, ancora contrari a tale reato.

Un vecchio spinge una carrozzina lungo la passeggiata che corre a fianco della statale. Un vecchio molto vecchio, così a dire, settanta portati male e certe guance penzolanti, che ricordano non so quale cane britannico. Un vecchio al quale manca del tutto, l’aria bonaria del nonno. Non per niente, sino ad ora, lo avevo sempre notato nella sua veste di contadino. Carico sulle spalle di un peso non visibile, elogio del mal vissuto, di quei volti rassegnati dei documentari sull’est Europa. Ma senza il folclore di un qualche vestiario zingaro addosso, di una sigaretta arrotolata a mano, di un fuoco acceso e il fumo a invadere la scena. Niente di niente. Un vecchio fuori luogo nel reparto delle babysitter, anche a chiamarlo old man o grandfather. Un vecchio che spinge una carrozzina e non capisci, tra nonno e nipote, chi sia il protetto e chi il protettore, chi sia d’aiuto a chi, chi sia di consolazione a chi.

La passeggiata dal canto suo consta in un nastro d’asfalto, una staccionata in legno a delimitare, due fasce d’erba ai lati. E non è che ciò aiuti. A valle nessuno taglia mai i cespugli di rovi, né le acacie che crescono infestanti, a loro volta strozzate, da certi rampicanti arrembanti. Se debbo dire, una passeggiata alquanto sciatta. Da passante non abitudinario, mi farebbe preferire, a livello di interesse, voltare l’attenzione verso la statale piuttosto che verso l’ipotetico ribollire verde della natura. Ma è probabile io stia diventando totalmente insensibile, se non restio, a ciò che non è controllato a livello estetico, dentro o fuori gli stabilimenti.

Sulla corsia di marcia destra, certi operai extracomunitari, attrezzati di moderni macchinari, lavorano all’interramento delle tubazioni per le fibre ottiche. Avrei qualcosa da ridere sull’allestimento del cantiere e sulla viabilità modificata. Ma sorvolo poiché opero nel settore e non sono sufficientemente anziano per dedicarmi a tale tipo di passatempo. In compenso i dati scorreranno presto sempre più veloci dentro questa crepa nel porfido e nella noia che è la vallata. L’attraverseranno senza nemmeno sollevarle la polvere dalle vetrinette dei soggiorni, la fenderanno cinque piedi sotto terra per arrivare a luoghi più ricettivi. La lasceranno nella sua inettitudine e ottusità da vecchia che non vuole crescere, mentre io sarò giovane, controcorrente e indifferente. E allora Amore, ti potrò presto lasciare via skype, riducendo così le distanze dalla codardia e dalla mancanza di tatto.

Ci sono cose in cui dopo i trenta riesci benissimo. Una di queste è deprimerti per avvalorabili motivi. Ci sono cose per cui i vecchi non sembrano mai portati. Una di queste è spingere una carrozzina dal design decisamente anni ottanta, con dentro un ipotetico nipote. Altre cose riescono diversamente agli anziani benissimo, per via della non quantificabile esperienza. Trasformarsi in accumulatori di sofferenza e tentare di sollevarsi parzialmente di tale peso, con una distribuzione sfrontata, quanto che giustificabile. Per questo, l’osservazione di un contrasto visivo così forte, fra vita e morte, dovrebbe essere evitato a chiunque. Soprattutto ai protagonisti stessi.

SECONDO LA FARNESINA. PRIMO MOSER.

maggio 25th, 2010




La calamita naturale attacca meglio al culo degli sfigati. Questo si rileva anche senza Istat. Questione numerica di probabilità. Non è fatalità, non è destino. E’ un post it brevettato dalla notte dei tempi, appiccicoso come pochi, ingiallito dal tempo e macchiato di asteroidi e moscerini della terza corsia. C’è scritto, ricordarsi il pane e la caducità. Inoltre. E’ la casualità del ciclo dell’universo, lunghe sieste fra Sicilia e Centro America, e fragorosi esercizi di stile, per bruschi risvegli.  Anche. E’ una lezione semplice, ma di difficile digestione. Siamo affetti da carenza di lattasi e da egocentrismo più di quel che si creda. Niente di nuovo sotto il sole. Si sono spostate le nuvole e io vi ho volutamente dimenticato le mie spalle, un tre quarti di fianco destro, esposto volutamente il torace e gli arti inferiori, quanto scopribile tra i pantaloni arrotolati e le All Star farlocche comprate su un catalogo per corrispondenza. Sto diventando pigro ed indolente, commesse per quanto carine, non valgono un centro commerciale. E poi diventa sempre più difficile dire  – do un’occhiata – quando ti puntano addosso le labbra spalmate di gloss. E’ equiparabile ad una rapina o forse, alla circonvenzione di un incapace. Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Nemmeno la mia pelata con venti gradi di separazione, che resiste all’UV ma che ancora crede che Cristiano Ronaldo abbia la forfora. Chissà se un giorno gli americani, metteranno all’Iran, anche l’embargo sulle illusioni. Vado a Las Vegas a farmi un foro di troppo pieno con una piattaforma petrolifera colata a picco, e poi vi sporco il mare. Quest’anno a ferragosto, pieno gratuito in spiaggia, di carburante e pensieri tristi. Il vostro pompista si è improvvisamente iscritto a Greenpeace, ma solo su facebook.  Nessun italiano a bordo, secondo la Farnesina, sull’aereo precipitato in pieno deserto. La comitiva si stava recando ai mondiali di civiltà, per le finalissime. La scatola nera ornata di preziosi effigi dorate ci dice di più: riscopriamo i valori della fede dinnanzi a questa deriva razionalista. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo e riprendiamo pure ad attaccare i chewingum, sotto i sedili, dopo esserceli litigati e averli letti. Paolo ama Chiara. Ramona troia. L’esistenzialismo risponde solo in parte a una coscienza panica. W Inter. Triplete. Queste e molte altre cose. Tempi duri per un milanista. Ormai guardo solo pallacanestro americana. Magnifici atleti neri si fanno i buffetti di incoraggiamento sul sedere prima dei tiri liberi. Spero per questo ancora, in una soluzione sentimentale alla questione primordiale, tra il primo e secondo tempo del maremoto. Per risparmiare tempo, sono già entrato con i popcorn salati e un salvagente col tricolore. Non vorrei mai sballarvi la media.

ESSENZIALMENTE TRISTE.

aprile 8th, 2010


Erano settimane che gareggiavo al – chi è più triste – con una palma. La palma stava in un cortile e il suo svantaggio era, come per tutte le cose fuori luogo, che quello non era lo spiazzo di un caseggiato fronte mare, di un condominio a vista costa, l’angolo verde dell’entroterra dissanguato al limite degli ultimi tiri di salsedine: no cari miei. La triste palma stava e sta tutt’ora, fin quando non gli concederanno con la morte, la giustizia di tornare fra i suoi simili, quassù al nord. In un’aiuola due per due, fianco a fianco e culo a culo con un filare di viti e il nastro d’asfalto verso il garage, giusto sotto l’ombra incombente di quattro piani di scrostatezza, condominio anni settanta, confinante a condomini anni ottanta, novanta, anni duemila e rotti, e tutte le grane che essi comportano.
Ebbene sì, è toccato in sorte allo sfortunato arbusto, il più disgraziato dei quartieri popolari di periferia, – negri, vecchi, paki e transessuali – , per quanto si possa essere disgraziati in una ricca regione autonoma di montagna, per quanto possa chiamarsi disgrazia, l’immigrazione lavoratrice e quindi necessaria e la diversità che essa porta e comporta. Ma questi son altri discorsi, sui quali si vuole nel caso soprassedere, perché di altra tristezza qui si narra.

E concludendo quindi, al di la dell’etica e della deplorevole gestione urbanistica, di chi c’è e di chi non vorrebbe esserci, la tristezza dell’istantanea, ogni volta che alzo gli occhi transitandoci a fianco, sta nel concetto che essa avrebbe –  suppongo nell’intenzione del piantatore  – voluto significare ed illustrare ai posteri. Una cazzo di palma in una regione sub-alpina, pre-alpina, o alpina e basta. Un angolo di tropicalità nel rigore nordico. La spensieratezza equatoriale davanti alle linee rette. La speranza a tutti i costi, l’ottimismo, la tecnica del sorriso.

Odio anche il carnevale, e la palma non migliorerà neanche con fiorire della primavera, con le vernici dell’estate e i toni sfumati dell’autunno. Starà sempre lì, eretta e senza stile, come un vibratore per addii al nubilato. Continuerò a sfilarci sotto, guardandola sempre meno, più o meno vincente, più o meno perdente, e se un giorno mi prenderò un cane, gliela farò pisciare.

FERNANDEZ.

marzo 1st, 2010




Che negro altamente drammatico, Fernandez!

Fuori nevica. Fiocchi grossi ma radi e sparuti. Ciabattanti reduci della giornata in spiaggia, numeri ritardatari della nevicata dell’86. 8, 15, 19, 26 73. Flemma tipica centroamericana.

Quant’è la durata media della vita di un fiocco, e soprattutto, essendo tutta un precipitare, risulta diversa da quella dell’essere umano? Nevica e ho un nero per casa. La cosa farebbe ridere se fuori il paesaggio andasse imbiancandosi. Invece no. Il tono notturno rimane dominante. Eccezioni. Certi coni di luce disegnati sulle facciate, e l’asfalto, baldanzoso con l’effetto bagnato in testa. Pallido come sono, potrei essere io ad avere problemi di mimesi, altro che battute del cazzo.

Marchiani errori di valutazione dettati da una generalizzante interpretazioni dei fatti così come resi noti, mi avevano portato all’errata convinzione che i neri fossero restii – o vaccinati – o esonerati – dall’ – all’appassionarsi a questioni di carattere sentimentale. Sentimentale nel senso dell’affetto. Avevo sempre immaginato i negri lottanti per i diritti elementari. Libertà, patria, uguaglianza, diritto al lavoro. Cose così. Una visione storica e scolastica, di navi negriere, campi di cotone, apartheid, Martin Luther King e via dicendo. Fernandez invece pensa all’amore, come e quanto non t’aspetti da un rappresentante di un popolo, che su detto campo, mi immaginavo, ad una sorta di avanguardia. Un patto di non belligeranza almeno su un fronte – il fronte principale e primordiale – semplificazione delle trame, libertinismo, sessualità molto spinta, rapporti non ossessivi, una generale e saggia leggerezza nella ricerca e nel raggiungimento del piacere e dei suoi annessi e connessi. Tanta pratica e poca fuffa insomma. L’affaire sentimentale così come interpretato dal temperamento afroamericano, mi era sempre sembrato una sorta di paradiso fiscale, rispetto alle pene dell’amor occidentalizzato. E’ incredibile, quanti granchi si possano prendere senza sapere minimamente pescare.

Fernandez, mi dice: Amico. Se avessi avuto indietro, il dieci percento delle attenzioni che ho dedicato alle donne, mi sarei probabilmente stancato della felicità.

Ah ah. Gli batto la spalla. Complimenti. Sei straordinariamente letterario Fernandez. Ma l’equità e la distribuzione dei dividendi non sono mai entrati in vigore nemmeno nel campo commerciale. Come hai potuto essere così fesso? Non hai imparato niente da Cuba?

Poi l’ho guardato che mi pareva risentito. Va’ che ci sono cascato anch’io, allora gli ho detto. Non essere l’unico cretino, a volte è altrettanto piacevole quanto essere l’unico maestro. Per questo si tende a farsi commiserare quando non si è abbastanza bravi da farsi lodare. Questa l’ho letta da qualche parte, da uno capace.

Allora Fernandez se ne esce: Ma la legge dei grandi numeri? La giustizia divina? Amico, bisogna credere in qualche cosa, no?

La madonna!Io sto facendo sempre più fatica a dialogare con questa gente che ha bisogno di scovare soluzioni e risposte alla più piccola minchiata, nel soprannaturale. Proprio ve lo devo dire. Credo mi stia venendo un caratteraccio. Se non altro per il fatto che siamo sei miliardi, dio cristo, chiedi al tuo vicino, senza scomodare il padreterno. C’è una disoccupazione infame, la gente ti risponde pure volentieri. Invece niente. Allora ho attaccato con questa tiritera qui.

Puoi credere in dio, in effetti pare più conveniente del caso, almeno a livello inconscio, gli ho detto. L’alto numero di affezionati mi dovrebbe dare ragione. Vedi. Dio è l’alternativa più plausibile all’amore terreno. Per questo le religioni continuano a funzionare. Dio è il più giustificabile dei mancati partner. Nessun rifiuto terreno, sarà mai così arrendevolmente accetto. Nessun due di picche. Nessun “esco da una storia di tre anni con un tipo”. Dio riesce sempre a far passare quella sensazione, d’avere qualcosa di più impellente da fare, o qualcuno di più meritevole o bisognoso a cui dedicarsi. Le persone si vorrebbero fidanzare Gesù, seppur in gran parte già consapevoli, del fallimento scritto in partenza. E’ la preda irraggiungibile, la bella e impossibile verso la quale ti metti l’animo in pace, da subito. Ti limiterai a guardarle il culo e quel gran bel paio di tette, dal marciapiede opposto. That is! Esto es Fernandez!Nessuna bella mulatta, reale e carnale, potrà respingere le tue attenzioni e le tue richieste, trovandoti così remissivo e ben disposto. Pensaci. Vota Jesus!

A momenti Fernandez mi molla uno scappellotto.

Maledetto pelato esistenzialista, mi dice.  

Lo schivo e mi metto in posizione di guardia, saltello sulle punte e lo invito ad alzarsi. Ma lui versa un altro goccio di quel suo rum che ha portato dalla Avana e mi fa: il giorno in cui vedrai Carmencita, te lo scordi il tuo cinismo da letterato. Ti squagli come le granite sul muretto del Malecon e allora ti darò un gran calcio nel culo.

E’ un fenomeno da non crederci, questo ragazzo.

Fernando, gli dico. Sei un vero Pedro Juan, ma col pisellone sensibile. E’ una gran complicazione, bella sfortuna ti è toccata.

Poi mi sono seduto a mia volta e siamo rimasti in due, alquanto intristiti ed induriti dagli eventi, e tutto li.

A MILANO C’ERA LA NEVE E I NEGRI. ( ANDATE TUTTI… A BOLZANO)

dicembre 23rd, 2009




Dai biblici tempi di Adamo ed Eva, da quella nevicata eccezionale della quale nessuno poté pre-allertarli e che fu causa del peccato originale dell’uomo (non avere le catene da neve), il clima, le sue bizzarrie, la sua prevedibilità ed il suo essere lascivo a tal punto da finire sulla bocca di tutti, divenne, è divenuto, argomento principe con il quale rompere il ghiaccio sceso sulla comunicazione sociale.

In alternativa ci sono La Rai Per Il Sociale o il sale marino.

Può capitare che una nevicata ridicola, ma un freddo pungente, possano mettere in difficoltà una delle prerogative dell’essere moderno, che è il trasporto di se stesso su mezzi che evitino la fatica. I tecnici li chiamerebbero, mezzi di trasporto, veicoli a motore, a rotaia, volatili e pescivendoli. 

Ebbene, il risultato veramente clamoroso di questo evento atmosferico nemmeno troppo clamoroso, non è l’essere riuscito a mettere ancora una volta in ridicolo, la presunta superiorità della tecnica sulla natura, ma l’aver distratto e il continuare a farlo a distanza di giorni, la nazione, o almeno, il suo terzo a nord, da qualsiasi altra forma – di vita – , con del chiacchiericcio, del questionare, del dibattere, del fotografare e del filmare, in merito.

In questa collettiva invidia del pene, in questo confrontarsi e vantarsi a chi ce l’ha più freddo e a chi ce lo ha più alto (il manto nevoso), su un intercity interpadano in ritardo di cento minuti, io ho incontrato la signora Rosa.

La chiameremo Rosa per la sua somiglianza, non solo fisica, con la signora Rosa Bazzi, celebre personaggio della mediatica strage di Erba.

Ho attaccato filotto con Rosa, nell’angusto spazio davanti all’uscita del vagone, nel quale, con una liceale uguale alla Dellera, ma bionda, ci eravamo tutti e tre spostati con sin troppo premuroso anticipo, in vista della frettolosa discesa, per una coincidenza da prendere al volo.

Nella mia insicurezza di viaggiatore poco avvezzo, volevo solo avere un’ulteriore conferma – quella del capotreno non mi dava fiducia, era stato troppo cortese e bendisposto –  circa la presenza del fatidico incrocio per il nord. Come succede in questi casi, in queste tragedie collettive, contagi globali dall’istantanea diffusione, dalla semplice domanda, si è passati allo svelarsi aneddoti, esperienze di vita, ipotesi tecniche (mie, naturalmente), previsioni catastrofiche a medio e lungo termine.

Così, mentre osservo le labbra carnose di una giovane Francesca e i suoi riccioli, forse tinti, immaginandone la folgorante carriera in campi non prettamente televisivi, la signora Rosa, non so per quali percorsi della mente, per quali stop e precedenze saltati, ci sta raccontando del suo dividersi fra Bolzano e Milano. Di come il dovere coniugale la costringa vicino al consorte nella metropoli, anche in periodi nei quali, come nel torrido luglio, la montagna la farebbe stare così bene, davvero bene.

 – Oddio, come mi manca. Torno appena posso.

 – Perché sapete, a Bolzano ci sono le piscine. Lidi, li chiamano. Hanno l’erba vera, verde e tagliata a misura.

 – A Milano quando fa caldo, non puoi frequentare le piscine pubbliche.

 – Ci sono tutti. Tutti quegli. Stranieri.

 – A Bolzano gli stranieri lavorano. 

 – A Milano si riuniscono in crocchi e quando passi, li senti mormorare non so quali commenti.

-C he ti vien voglia di dirgli. Guarda non so. Vaffanculo!

-Ecco forse l’estate prossima andrò in uno di quei club con la piscina privata. Quelli che bisogna iscriversi e entra solo la gente per bene.


(Silenzio)


E’ incredibile come ci voglia poco, per far scendere il gelo su una comunicazione in corso. Guardo la goffa signora Rosa, nemmeno troppo storto, e chiudo ogni ulteriore e ipotizzabile discorso con il più classico degli – “ehhh” – . Così, tanto per resistere alla tentazione di gettarla dal treno, così, perché il qualunquismo è facile a farsi ed è veloce anche a darti le risposte, ma per controbattere con senno, ci vuole capacità immediata e lingua pronta, oppure tempo. E a me, le risposte giuste, in genere vengono sempre dopo. Molto dopo. Così finisco spesso, per stare zitto, che è sempre una discreta soluzione.

Lasciate i cretini col dubbio, prenderanno paura.

Siamo quasi in arrivo, e osservo per un ultimo momento la procace liceale, a sua volta diventata molto silenziosa. Provo ad immaginare quale possa essere stato il suo pensiero. La sua borsa laccata Baci & Abbracci Milano e il suo vestire ad una moda il cui stile non mi fa supporre alcuna appartenenza o schieramento, mi fanno credere che forse sia ancora troppo giovane, per essersi fatta delle idee in merito. Forse è giusto così, forse pure a lei gli stranieri danno fastidio e adesso sta solo pensando al compito di latino di domani, o alle mani del suo fidanzato di città, dentro le sue mutandine, quel pomeriggio.

La signora Rosa è lì, pronta sull’uscita, pera in un rivestimento di pile caldo, e fascetta per le orecchie. Sguardo gioviale da contadinotta, che della città ha assimilato solo gli effetti dello smog. Col cazzo che l’aiuterò a scendere la valigia.


(Più tardi, troppo tardi dannazione, ad una qualche ora della notte, mi sovvengono immagini di maschi occidentali, su spiagge caraibiche o in capitali dell’est europeo, alle prese con la fauna locale. Sono in crocchio e non lavorano, chi l’avrebbe mai detto. Ne posso facilmente intuire, attenzioni e commenti. Come immaginavo, non è un problema di negri, quindi, ma un problema di maschi, decisamente. L’ignoranza tende a vedere scuro se di chiaro ha già la pelle. A fine scena mi passa davanti il fotogramma di un ambiente molto luminoso, accappatoi bianchi, ambienti accoglienti ed esclusivi. E nell’angolo di destra, una balenottera bianchiccia e molle in costume, spiaggiata fra gli scogli.

Buon Natale signora Rosa, e come si dice in questi casi, vaffanculo.)

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